Sei nata/o tra il 1981 e il 1996? La pandemia potrebbe essere (anche) un punto di partenza

A discapito della crisi lavorativa subita soprattutto dalle donne Millennials, la pandemia potrebbe rappresentare anche un punto di partenza per rivedere le politiche lavorative e assistenziali.

La pandemia ha dato davvero un duro colpo al mondo del lavoro in generale, ma statisticamente sono state le donne a pagare il prezzo più alto dell’emergenza sanitaria e delle restrizioni.

Solo nel dicembre del 2020, nel nostro Paese, dei 101 mila posti di lavoro persi 99 mila sono stati quelli femminili, e in generale, su un totale di 444 mila persone rimaneste disoccupate, inoccupate o inattive, 312 sono proprio donne.

A dicembre 2020 101mila persone hanno perso il lavoro, 99mila sono donne

Anche fuori dai confini nazionali, però, le cose non sono certo migliori: se in Europa, dei 2,7 milioni di posti di lavoro persi, 1,7 sono stati uomini (contro un milione di donne), le ricerche condotte negli USA dal National Women’s Law Center, che mensilmente analizzano i dati sulla partecipazione della forza lavoro femminile hanno mostrato come ad agosto del 2021 il guadagno femminile e la partecipazione alla forza lavoro fossero estremamente bassi. Stesso trend a settembre, con 220 mila posti di lavoro conquistati dagli uomini e 26 mila persi dalle donne.

La crisi del lavoro femminile riguarda, secondo il NWLC, soprattutto le Millennials, e in particolar modo le donne nere e latine. Se il gender pay gap non è, purtroppo, ormai più una novità,  l’Equal Pay Day, nato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica, ha mostrato come diverse categorie di donne subiscano discriminazioni lavorative fortissime, sia in termini di accesso al lavoro che di guadagno.

Per le Millennials la strada non era facile neppure prima della pandemia: molte di loro hanno iniziato a lavorare, o a cercare lavoro, talvolta senza successo, subito dopo la grande crisi economica del 2008, e a oggi, secondo la direttrice del NWLC,  Jasmine Tucker, è più probabile che le donne Millennials abbiano figli piccoli a casa, cosa che ha influito notevolmente sul loro lavoro in tempi di pandemia e lockdown.

Cosa accadrà nei prossimi mesi?

Quanto accade da ormai un anno e mezzo probabilmente dovrebbe spingere a ripensare la natura del lavoro stesso, come afferma anche C. Nicole Mason, presidente e amministratore delegato dell’Institute for Women’s Policy Research, affinché si possa parlare di vera ripresa. Con una parola d’ordine: flessibilità, che, secondo Mason, “è diventata la nuova valuta per pensare al rientro delle donne sul posto di lavoro”.

Secondo una ricerca condotta nel 2020 dalla Federal Reserve Bank di St. Louis, la ricchezza media dei Millennials ai loro 30 anni è di circa 140.600 dollari, inferiore a quella della Generazione X (152.000 dollari) e dei baby boomer (221.100 dollari) alla stessa età. Un divario che cresce notevolmente se parliamo di donne, in particolar modo nere e latine.

Storicamente, secondo il Pew Research Center, le recessioni economiche hanno colpito in maniera più profonda gli uomini, tradizionalmente più impiegati in settori come edilizia e produzione, ma i dati dimostrano anche come questi si siano ripresi più velocemente rispetto a quanto sta avvenendo attualmente con le donne. Con la pandemia i settori professionali che vedono maggiormente impegnate le donne, come assistenza o servizi, sono stati tra quelli più colpiti; senza contare che il carico familiare ricade, spesso esclusivamente, sulle spalle delle donne, motivo per cui, con la Dad obbligatoria o parenti anziani a casa, sono state soprattutto loro a dover rinunciare al proprio lavoro.

Tuttavia, secondo Mason, la recessione pandemia potrebbe rappresentare anche una preziosa opportunità per cambiare l’assistenza all’infanzia e la natura del lavoro, così da supportare in maniera più concreta la partecipazione alla forza lavoro delle donne Millennials.

“Entrando nel mondo post-pandemia – si è chiesta Kathleen Gerson, sociologa della New York University – quando non torneremo alle vecchie regole e ai vecchi sistemi, la domanda è: come implementeremo nuovi sistemi più egualitari?”. Gli esperti sono concordi nel trovare dei minimi comuni denominatori: ad esempio, un primo passo da compiere potrebbe essere quello di rivedere l’assistenza all’infanzia, rendendola più accessibile per i genitori che lavorano. Bonus, agevolazioni su asili e scuole, servizi migliorati potrebbero davvero essere una manna dal cielo per i genitori, unitamente a un ripensamento delle politiche sui congedi parentali dei papà (a oggi l’Italia ad esempio è uno dei Paesi ad avere il congedo di paternità fra i più bassi, con appena dieci giorni concessi).

Come il congedo di paternità cambia il cervello del padre

Garantire le medesime tutele anche a chi, post-pandemia, continuerà a lavorare da remoto potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di protezione per le donne Millennials che dovessero scegliere di proseguire con lo smart working; come detto, importantissimo potrebbe diventare il concetto di flessibilità lavorativa.

Articolo originale pubblicato il 13 Gennaio 2022

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