Perché c’è bisogno della dichiarazione dei diritti delle femmine e dei maschi

Un libro di scuola pubblica la dichiarazione dei diritti delle femmine e dei maschi. Non è quello che vi aspettate, ed è un passo importantissimo per scardinare gli stereotipi di genere fin dall'infanzia.

Ripetiamo spesso che continuare a portare avanti stereotipi basati sulle distinzioni di genere sia estremamente deleterio, soprattutto se fin da piccoli si inculca l’idea che maschi e femmine siano diversi e che ci sono cose che gli uni o le altre possano o non possano fare.

Questa volta, però, facciamo un’eccezione, perché questa distinzione di genere è utile proprio per abbattere i cliché di cui abbiamo appena parlato.

Stiamo parlando di due pagine del libro per bambini Le avventure di Leo, edito da Raffaello, in cui compaiono “La dichiarazione dei diritti delle femmine” e “La dichiarazione dei diritti dei maschi”: a chi potrebbe sembrare un’ennesima classificazione tra maschi e femmine vogliamo dire che stavolta è diverso, perché leggendo la dichiarazione dei diritti di entrambi si capisce molto bene a cosa voglia fare riferimento il libro.

Le avventure di Leo

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In realtà, si tratti di due estratti da due libri dedicati proprio all’argomento, scritti dalle autrici, una polacca e l’altra francese, Élisabeth Brami ed Estelle Billon-Spagnol.

La dichiarazione dei diritti delle femmine

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La dichiarazione dei diritti dei maschi

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Un libro che insegna ai bambini che possono e devono fare tutto quel che vogliono: piangere, emozionarsi, sognare di fare il maestro di scuola. Perché è importante liberarsi fin da piccoli degli stereotipi di genere.
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Nella dichiarazione dei diritti delle femmine, ad esempio, si legge

  • Il diritto di giocare con le biglie, le macchinine, i razzi, le piste, i videogiochi.
  • Il diritto di scegliere il mestiere che vogliono: camionista, astronauta, poliziotta, giudice, elettricista, presidente della Repubblica, scultrice, chirurga.
  • Il diritto di iscriversi a corsi di judo, tiro con l’arco, boxe, calcio, scherma rugby.

Mentre i diritti dei maschietti sono:

  • Il diritto di piangere e di farsi coccolare.
  • Il diritto di giocare con le bambole, le pentoline, a mamma e papà, all’elastico, a campana.
  • Il diritto di scegliere il lavoro che vogliono: babysitter, maestro di scuola, ballerino, infermiere, ostetrico, uomo delle pulizie.

Una vera rivendicazione di libertà per entrambi, per educare i bambini a seguire finalmente i propri istinti e le proprie aspirazioni, liberi da ogni sovrastruttura culturale imposta dagli adulti. Anzi, a dire la verità forse queste pagine sono importanti ed educative soprattutto per i genitori, che spesso sono i primi a perpetuare determinati cliché.

E ai tanti che, commentando queste pagine, come è accaduto sotto il post pubblicato sulla pagina de Il Signor Distruggere, ritengono sia incredibile dover spiegare ancora queste cose, che dovrebbero essere ormai assodate, diciamo che invece è proprio perché purtroppo non lo sono che pagine del genere sono necessarie, e rappresentano un piccolo passo avanti.

Davvero grande, in realtà, se poi pensiamo a quei famosi libri didattici in cui la mamma è sempre quella che cucina e il papà quello che lavora, il che dà ancor più la dimensione della “rivoluzione”, a suo modo, della dichiarazione dei diritti di maschi e femmine.

“La mamma cucina, il papà lavora”: la “non-educazione” dei libri delle elementari

Diritti che, a ben vedere, andrebbero ulteriormente approfonditi: bisognerebbe infatti ricordare, e insegnare ai bambini (ma, di nuovo, soprattutto agli adulti), di amare chi si vuole, ad esempio, e di non vergognarsi per ciò che si sente di essere. Oppure di truccarsi, se ci piace farlo, o di non farlo, se non lo amiamo; di portare i capelli lunghi o corti, indipendentemente che si sia maschi o femmine, di vestirsi come si vuole e di non giudicare chi lo fa. Bisognerebbe insegnare il diritto alla libertà di espressione fintanto che  non sfocia nel credere di essere legittimati a poter agire in un certo modo verso un’altra persona, solo perché si veste o si comporta in un certo modo; perché in quel caso non è più “libertà di espressione”, ma prevaricazione, bullismo, violenza.

Ci sarebbero ancora molte parole da spendere sull’argomento, perché è solo formando i bambini che possiamo auspicare a costruire un futuro migliore, in cui certi atteggiamenti, pregiudizi, discriminazioni non siano più presenti nel vocabolario di nessuno di noi. Per il momento, però, accontentiamoci di questo; e, soprattutto, non pensiamo che solo perché siamo adulti questo non sia un insegnamento anche per noi. Anzi…

 

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