"Abuelas", le nonne in cerca dei figli e nipoti scomparsi che non si danno per vinte

Sulle tracce dei figli rapiti dei desaparecidos, strappati all'amore delle famiglie durante la dittatura militare in Argentina: la storia di donne che continuano a non arrendersi pur di abbracciare almeno una volta i propri nipoti.

Nel piano alto della credenza nella casa di campagna, quando arrivavo il sabato, era immancabile che avrei trovato il contenitore di porcellana bianca pieno di biscotti all’anice. Non suggestivi ed eleganti come una madeleine, ma altrettanto potenti in fatto di viatico per la memoria. Non a caso, dopo anni, l’odore e il sapore di anice mi riporta subito alle mani lisce e minute di mia nonna. Era lei a non far mai trovare vuota la credenza; è di lei che conservo i miei più dolci e profumati ricordi di bambina.

Che il legame con una nonna sia un legame speciale, è cosa saputa: la genitrice della propria genitrice (ma anche del padre) è il vincolo con le radici, l’abbraccio da cui farsi consolare, il porto sicuro a cui tornare, lo sguardo orgoglioso che accompagna da lontano piccole e grandi conquiste dell’esistenza, un sapere ancestrale trasmesso attraverso i sensi. Un profumo, una carezza, una filastrocca.

Per questo, forse, se si ha avuto la fortuna di crescere accanto a una nonna, il racconto delle Abuelas di Plaza de Mayo tocca in modo particolare. A raccontare la loro storia, Abuelas, il documentario del regista argentino Cristian Arriaga (ancora non distribuito in Italia) che ha raccolto le testimonianze di 10 delle donne che dalla fine degli anni Settanta si battono per sapere la sorte che è toccata ai loro nipoti, nati durante la prigionia di figli e nuore durante la Guerra sporca argentina.

Potete vedere qui il trailer.

Fondata insieme all’associazione delle Madri di Plaza de Mayo, quella delle nonne è un’organizzazione per i diritti umani, guidata da Estela Barnes de Carlotto, che sin dalla sua costituzione lotta per trovare e restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e desaparecidos nell’ultima dittatura militare e ottenere la giusta pena per tutti i responsabili.

Madri di Plaza de Mayo: 4 storie strazianti di donne e dei loro figli desaparecidos

Lotte, quelle delle madri e delle nonne, tristemente note in Italia anche grazie al romanzo di Massimo Carlotto Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour, in cui lo scrittore padovano ricostruisce la guerra della dittatura argentina, la metodologia della “desaparicion”, i campi di concentramento clandestini, i bambini trattati come bottino di guerra, la persecuzione degli ebrei argentini. Carlotto, che durante il suo soggiorno argentino ebbe occasione di scoprire la sua parentela con Estela, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, racconta anche con trasporto quella storia tutta al femminile, fatta di amore, dolore e coraggio.

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Arriaga decide invece di non romanzare, ma di lasciare i fatti alla voce e alle espressioni, alle lacrime e ai sorrisi delle stesse protagoniste, confezionando così un documentario ricco di informazioni e profondamente suggestivo. La sua macchina da presa cattura per sempre la potenza di dieci donne, ormai tutte ultra-ottantenni (ma alcune di loro hanno superato anche i 90 anni) che non si danno ancora per vinte: non solo quelle di loro che ancora non hanno riabbracciato i propri nipoti ma anche quelle che, dopo aver conosciuto i figli dei propri figli, aver ritrovato in loro le voci delle Silvie scomparse, gli sguardi delle Laure inghiottite dalla dittatura, il ricordo dell’affetto dei Sebastian di cui non hanno potuto neanche onorare la morte con giusta sepoltura, vogliono che anche le altre gioiscano della stessa felicità, anche solo per un attimo prima di morire, e – soprattutto – che la dittatura e i suoi crimini non siano dimenticate: verità, giustizia, memoria sono le tre priorità della loro lotta, affinché non accada mai più. Nunca más.

Erano “solo donne” quelle madri e quelle nonne scese in piazza più di 40 anni fa per chiedere di avere i corpi dei propri figli, ritrovare i propri nipoti: un fazzoletto bianco in testa, a ricordare i pannolini in tela in cui avevano avvolto i figli neonati. Dei circa 500 bambini rapiti come bottino di guerra, quelle donne sono riuscite a ritrovarne 200. Ne mancano ancora 300. Le nonne di Plaza de Mayo sono ancora determinate come 40 anni fa a ritrovarli. Questo splendido documentario – a tratti straziante – dichiarazione d’amore nei confronti di tutte le nonne, serve anche a questo.

Abuelas
Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo

Abuelas: l’intervista con il regista, Cristian Arriaga

Perché ha deciso di raccontare la storia di Abuelas?

«Ci sono delle ferite che non guariscono, la ferita (non fisica) della rimozione di un seno per cancro non guarisce, può essere sopportata, ma non guarita. Lo stesso accade con i desaparecidos, vittime delle dittature civico-militari in America Latina. Ci sono dei registi come Marco Bechis (a cui si devono i due bellissimi Garage Olimpo e Figli/Hijos, ndr.), nato in Cile e vissuto in Argentina durante la dittatura, che hanno dedicato dei film a questo tema perché ne sono stati toccati in prima persona.

Per me è stato diverso. Non ho avuto legami diretti con i desaparecidos: non ce ne sono né tra i miei famigliari né tra i miei conoscenti, ma sopporto quell’enorme dolore come cittadino consapevole e responsabile della nostra storia, e in particolare verso quelle donne scomparse quando erano in gravidanza, detenute e torturate fino a quando non hanno partorito e poi uccise.

C’è poi una motivazione più intima: mia nonna Elvira, nonna materna, nonna di campagna, nella mia piccola città Guaminí, lontano da Buenos Aires, è stata l’essere più importante della mia vita. Abbiamo avuto l’enorme fortuna di vivere una bellissima storia d’amore tra noi due. Un giorno mi sono chiesto: come è stata la vita per queste donne che all’improvviso hanno scoperto che i loro figli e le loro figlie erano scomparse, che hanno rivendicato i loro corpi e poi dopo aver appreso che figlie o nuore erano incinte hanno iniziato a cercare i propri nipoti nati in prigionia? E in fondo e più in profondo: come sarebbe stata la mia vita senza avere la possibilità di vivere la meravigliosa storia d’amore che ho vissuto con mia nonna Elvira?».

Qual è stata l’abuela che ha incontrato per prima?

«Ho conosciuto Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, una bella, meravigliosa creatura, per altri motivi di lavoro. Avevo già in mente di fare questo film, ma non ne ho parlato con lei subito. Ho preferito seguire le corsie istituzionali formali e ho scritto una lettera (a penna, come si faceva un tempo) a tutte le Abuelas, proponendo loro di fare questo film. L’idea è piaciuta molto, soprattutto per il punto di vista da cui ho proposto di raccontare la storia».

Perché ha deciso che le nonne raccontassero in prima persona la loro storia?

«In linea di principio, perché è e sarà un documento storico raccontato direttamente da chi lo ha vissuto, in questo caso le Abuelas di Plaza de Mayo. E poi perché ho voluto concentrarmi sul fatto che si tratta di donne normali che si sono ritrovate improvvisamente a vivere un evento orribile che ha cambiato le loro vite per sempre; e d’altra parte, ci sono situazioni vissute che nemmeno la migliore delle produzioni potrebbe ricreare e romanzarle non avrebbe la forza reale e drammatica di ciò che è realmente accaduto a queste donne».

Come è nato il video iniziale con la voce narrante di Liliana Herrero e come è stato realizzato?

«Ho scritto il prologo del film con Osvaldo Bayer (scrittore, giornalista e storico di grande valore che abbiamo avuto in Argentina, vittima anche lui dell’esilio in quegli anni di dittatura, tanto che dovette andare a vivere in Germania), che è stato poi narrato magnificamente da Liliana Herrero (un altro bellissimo essere umano). È nato dall’esigenza narrativa che avevo come regista di contestualizzare gli eventi storicamente per chi non conosce la storia argentina o almeno quella parte (ad esempio, immagino che  i cittadini norvegesi, non conoscano la nostra storia) e soprattutto per le future generazioni. Facendo in modo che il documentario abbia un valore storico oltre che educativo, spero così di fare la mia parte per la conservazione della memoria, affinché queste cose non accadano mai più».

Nunca más, mai più, è una formula che è diventata famosa in tutto il mondo: tuttavia, il centro di detenzione La Perla è stato aperto solo 30 anni dopo la chiusura di Auschwitz. La memoria è sufficiente per combattere l’orrore?

«La memoria da sola non basta, ma è probabilmente l’asse principale (insieme alla divulgazione) per lottare contro l’orrore e in questo caso particolare per continuare la ricerca degli oltre 300 nipoti che rimangono ancora da recuperare da parte delle Nonne di Plaza de Mayo di tutta la società argentina. È chiaro, che deve essere fatto non solo in Argentina ma ovunque nel mondo».

León Gieco è autore di Sólo le pido a Dios, una delle più famose canzoni contro la guerra. Come è riuscito a coinvolgerlo nel progetto?

«La particolarità di questa canzone Abuela, al singolare, che alla fine si è rivelata molto bella è che l’ho composta sulla poltrona di casa di mia nonna Elvira prima ancora di pensare di fare il film. Successivamente, ho convocato Ignacio Montoya Carlotto, che oltre ad essere il nipote recuperato da Estela de Carlotto (dopo quasi 40 anni di ricerche) è un eccellente musicista e produttore.

Quindi, per ragioni che si possono osservare nel film, ho voluto che la canzone fosse eseguita da León Gieco e Raúl Porchetto, che io e Ignacio ammiriamo molto; E poi mi sono venuti i nomi di Gustavo Santaolalla (vincitore di 2 Oscar per la musica di film) e Ricardo Mollo, un altro artista che ammiriamo profondamente, per completare con Ignacio che suona le tastiere, la batteria di Oscar Giunta, Nahuel Antuña al basso e io alla chitarra acustica e voce. Quindi, tranne me, siamo riusciti a mettere insieme una vera nazionale per l’interpretazione di questa canzone, alla quale tutti hanno acconsentito subito e con grande entusiasmo quando hanno appreso le caratteristiche del progetto».

C’è un momento del documentario che l’ha commossa più di altri?

«Sebbene il film sia pieno di momenti molto emozionanti e pieno delle cose potenti che queste donne forti, eroiche e belle hanno vissuto, ciò che personalmente mi commuove di più sono le Nonne che non hanno ancora recuperato i loro nipoti e che continuano a cercarli con l’unico scopo di poter, almeno, abbracciarli una volta prima di morire».

Abuelas sarà distribuito anche in Europa e in Italia?

«Il Covid-19 tiene tutto il pianeta con il fiato sospeso, quindi non c’è molta possibilità di anticipare molto, ma l’intenzione è quella di portare la ricerca delle Nonne di Plaza de Mayo attraverso questo film in più luoghi possibili. Ovviamente anche in Europa. E in Italia potrebbe non essere una cattiva idea organizzare una proiezione speciale per le lettrici e i lettori di Roba da Donne, chissà».

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