"Clara e le vite immaginarie" di una nonna vera cresciuta ai tempi del fascismo

Giulia Casagrande porta allo Sguardi Altrove Film Festival il suo documentario del 2019, un dialogo con sua nonna su che cosa abbia significato crescere durante la dittatura di Mussolini.

Al cinema, la nonna della regista Giulia Casagrande dimenticava tutto quello che le mancava; sognava di essere una delle tante donne interpretate da Alida Valli, fuggiva da una famiglia senza figura paterna, volava lontano dalla Senigallia degli anni fascisti. Ora, superati gli 80 anni e affetta da una malattia che le sta togliendo la memoria, è la protagonista di Clara e le vite immaginarie, un documentario diretto dalla nipote che, dopo aver partecipato a una serie di festival in Italia e in Europa, è in concorso nella sezione #FrameItalia dello Sguardi Altrove Film Festival, di cui Roba Da Donne è uno dei media partner.

La manifestazione, in programma a Milano e in streaming sulla piattaforma MyMovies dal 23 al 31 ottobre 2020, da 27 anni si occupa di tematiche legate al mondo femminile, considerate sia in relazione al loro specifico contesto culturale, politico e sociale, che secondo una prospettiva multiculturale e globale. Tema guida dell’edizione 2020 è Il futuro sostenibile: Donne Ambiente e Diritti umani. Il festival rivolge inoltre una particolare attenzione alle cinematografie emergenti e alle giovani registe.

Come giovane è Giulia Casagrande che – dopo aver partecipato all’Atelier d’écriture documentaire 2013 de la Fèmis (Scuola Nazionale di Cinema di Parigi) con la prima versione del progetto – ha preso parte alle Giornate professionali di Retours vers le Future di Chateauroux, un festival francese dedicato ai film che utilizzano immagini d’archivio.

A partire da vecchie fotografie e filmati d’epoca, il film ricostruisce le vicende di Clara, mia nonna, nella Senigallia degli anni ’30. Mentre la sua memoria diventa sempre più fragile, tento di ricostruirne l’infanzia e la giovinezza nell’Italia fascista. Mi interrogo sul senso di diventare donna in un’epoca in cui le immagini cinematografiche e quelle di propaganda partecipano alla costruzione identitaria di un’intera generazione”, ha spiegato la stessa regista.

Nel dettaglio, Clara e le vite immaginarie è in programma lunedì 26 ottobre, ore 17:30
A questo link è possibile acquistare l’accredito e vedere il film: tramite piattaforma Mymovies

In tante avranno avuto una nonna a cui, con l’avanzare dell’età, è stato più facile rammentare il passato del presente; in tante l’avranno ascoltata raccontare con enfasi di sabati fascisti ed esercizi di ginnastica, di un Duce che “sembrava un attore del cinematografo” e di raduni di giovani balilla e di piccole italiane. Giovani donne durante il ventennio mussoliniano che, pur prendendo oggi le distanze dall’ideologia fascista, non nascondono una nostalgia per quegli anni: gli anni della gioventù.

Sembra che poco importi, in fondo, che lo scienziato Nicola Pende scrivesse che “non è donna chi non vuole e non sa essere madre“, che molta della cultura patriarcale dura a venir scardinata, proprio in quel periodo trovasse i puntelli più nefasti, che ancora adesso vogliono la ragion d’essere del femminile nella conservazione della specie.

Di quegli anni resta il ricordo di visi freschi e capelli arricciati con le forchette, i primi bagni al mare e una melodia imparata al cinema, sognando una vita che non fosse la loro.

Un’immagine di Clara e le vite immaginarie (Courtesy Press Office)

La scheda di Clara e le vite immaginarie

Giulia Casagrande racconta l’infanzia e la giovinezza della nonna, Clara Tonelli, a partire da una fotografia, scattata dal fotografo Amleto Leopoldi (padre del più famoso Edmondo) intorno al 1938. Ritrae la nonna ancora bambina davanti alla Casa del Balilla di Senigallia ed è una foto destinata a diventare una cartolina turistica della città durante il fascismo. È del 1947, invece, lo scatto fatto nello Studio Cingolani che raffigura una Clara giovane donna che assomiglia alle attrici dell’epoca.

Le immagini rappresentano “due modi completamente diversi di rappresentare l’umano“, secondo le parole della regista: entrambe hanno costruito l’identità di una generazione.

Il documentario, della durata di 45 minuti, si avvale del montaggio di Enrica Gatto e della fotografia di Antonio Demma.

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