Bebe Vio e le altre fenici risorte di 'Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi' | Roba da Donne

L’urlo della campionessa: la felicità che coinvolge ed emoziona, l’esultanza per la vittoria di cui Bebe Vio è diventata icona nel nuovo millennio.

Protagonista insieme ad altri nove atleti, tra sportive e sportivi paralimipici, del docufilm disponibile su Netflix, Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi, la giovane schermitrice, prima al mondo a gareggiare con quattro protesi artificiali e prima atleta con il braccio armato protesizzato, riesce a conquistare le simpatie del pubblico grazie non solo al suo talento e all’incredibile passione agonistica, ma anche alla straordinaria capacità di comunicare la sua gioia di vivere e a un’energia contagiosa, che le ha permesso di superare difficoltà che sembrano insormontabili.

Tutto merito della sua famiglia, ci tiene a precisare in ogni intervista che rilascia, non perdendo occasione di sottolineare come sia grazie ai suoi genitori e ai suoi fratelli che è riuscita a tornare a gareggiare.

Senza braccia non si può tirare di scherma? “Se sembra impossibile allora si può fare” risponde lei con quella grinta che la contraddistingue: a suo padre il merito di aver progettato la protesi su cui innestare il fioretto.

Sono tanti i momenti toccanti ripercorsi dal docufilm che mettono in luce la forza di questa ragazza che la meningite ha lasciato senza braccia e senza gambe e con una serie di cicatrici che ha ancora su varie parti del corpo e sul viso (“Sono stata in televisione – ha detto qualche anno fa – e mi hanno messo così tanto fondotinta in faccia che non si vedevano più le cicatrici. A me le mie cicatrici piacciono, fanno parte di me. Io il fondotinta lo uso per coprire i brufoli, mica le cicatrici. Non riesco a immaginarmi senza cicatrici e nemmeno a fare scherma con le gambe“).

Cosa insegna? A non lamentarsi, a non farsi scudo delle proprie disabilità, a non mascherare i difetti e le menomazioni, a chiamare le cose con i propri nomi. Una frase su tutte, che Bebe pronuncia vestita col bellissimo abito Dior che la stilista Maria Grazia Chiuri ha creato per lei in occasione del red carpet per la premiere a Roma di Miss Peregrine e la Casa dei Ragazzi Speciali (solcato al fianco del regista Tim Burton): “Finché continui a chiederti ‘perché a me?’ non vai da nessuna parte: non c’è una risposta. Non c’è un motivo”.

Eppure, al netto della determinazione e della forza di volontà non comune, quello che fa capitolare di fronte alla sincerità di questa ragazza, che non copre le sue cicatrici e non nasconde le sue disabilità, è l’ironia con cui affronta le situazioni: un’incredibile autoironia che le fa postare sul profilo Instagram un’immagine dopo un allenamento, sdraiata a terra senza una protesi, e la didascalia “Basta per oggi… sono a pezzi!“; descrivere un video con le parole: “Oggi secondo allenamento in piscina e mi sentivo molto la Sirenetta… solo che poi a lei, una volta uscita dall’acqua, le sono cresciute le gambe.⁣ Domani ci riprovo e vi faccio sapere se capita!“.

Bebe sa di essere speciale, quella ragazza magica cantata da Jovanotti (che le ha dedicato la sua canzone dopo l’oro alle Paralimpiadi di Rio) “bellissima così com’è…“. Quello che Bebe insegna è che speciali e magici, nelle proprie differenze, lo siamo tutti: “Si deve accettare la situazione in cui ci si trova e scoprire cosa ci può essere di bello“.

Bebe Vio in Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi (Fonte: ufficio stampa Netflix)

Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi, scheda del documentario con Bebe Vio

Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi, diretto da Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, è un omaggio ai Giochi Paralimpici (il termine Paralimpico deriva dal prefisso greco “para” che significa parallelo).  Tra gli atleti protagonisti del documentario, la schermitrice italiana Bebe Vio (Beatrice Maria Vio, classe ’97), atleta dall’età di 5 anni che dal 2011 ha vinto tutti i più importanti tornei di scherma in carrozzina: tra campionati nazionali, europei e mondiali, ha conquistato a oggi 38 medaglie d’oro.

Rising Phoenix: la storia delle Paralimpiadi racconta alcuni suoi momenti durante i Giochi, come tedofora a Londra 2012, rappresentante dei “futuri paralimpici”, e come atleta a Rio de Janeiro nel 2016.

Insieme a lei, Ellie Cole, campionessa di nuoto australiana a cui, a due anni, è stata amputata una gamba a causa di un tumore. C’è Jean-Baptiste Alaize, atleta nato in Burundi dove, a tre anni, durante la guerra civile viene attaccato con un machete e vede la madre assassinata. Arrivato a Montpellier, in Francia, riceve una protesi per la gamba in carbonio. Matt Stutzman, arciere statunitense nato senza braccia che tira l’arco con i piedi; e poi il corridore inglese Jonnie Peacock, senza una gamba; Cui Zhe, sollevatrice di pesi cinese in carrozzella, Ryley Batt, campione australiano di rugby su sedia a rotelle, Ntando Mahlangu atleta sudafricano che corre grazie a due protesi; la russa Tatyana McFadden, nata con la spina bifida che le ha impedito di camminare sin da piccola e oggi è campionessa di fondo paralimpico.

Nove sportivi che, come l’Araba Fenice del titolo, hanno saputo rinascere e sconfiggere un destino che pareva segnato dall’inizio.

Il documentario si arricchisce poi delle testimonianze di Sir Philip Craven, Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale (2001-2019), Xavi Gonzalez, ex Amministratore Delegato del Comitato Paralimpico Internazionale (CPI) ed Eva Loeffler, figlia del dottor Ludwig Guttmann, neurochirurgo e neurologo che ha fondato il più grande ospedale per lesioni spinali in Europa (Stoke Mandeville, Buckinghamshire, UK). Nel 1948, Guttmann ha pensato i primi Giochi per disabili come metodo di riabilitazione, ispirazione per i primi Giochi Paralimpici ufficiali che si svolsero a Roma nel 1960.

Lo scopo delle Paralimpiadi? “Volevano che la gente guardasse in modo diverso alle persone con una disabilità“, spiega Bebe Vio. Non a caso, rappresentano un esempio concreto di accettazione e considerazione della diversità: un invito a guardare alla disabilità non come limite, ma come risorsa.

Articolo originale pubblicato il 20 Agosto 2020

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