'Butterflies in Berlin', storia di Alex diventata Alexandra durante il Terzo Reich - Roba da Donne

Desiderare il seno, aspirare a indossare un abito femminile, anelare di avere la vagina anziché il pene: scoprire un giorno che il corpo in cui siamo racchiusi non ci rappresenta; essere diversi in un mondo che all’apparenza è tutto uguale, diviso com’è in due generi invalicabili, come il maschile e il femminile.

È con tocco lieve, a tratti onirico, che Monica Manganelli racconta, nel corto d’animazione Butterflies in Berlin – Diario di un’anima divisa in due, il dramma di Alex e della sua ricerca della propria identità sessuale.

In tanti, prima e dopo di lui, hanno intrapreso quell’amaro cammino fatto di discriminazione e pregiudizio. La storia di Alex, però, è una storia che per periodo e contesto geografico in qualche modo le supera e le include tutte, liberamente ispirata com’è alla prima operazione di cambio di sesso riuscita nella storia della medicina, (quella di Rudolf/Dora Richtrer, mentre quello della celebre “danish girl” Lili Elbe non andò a buon fine), avvenuta negli anni Trenta nell’Institut für Sexualwissenschaft (Istituto per la scienza della sessualità).

Chi era Lili Elbe, la "Danish girl" che nacque uomo e divenne donna grazie a sua moglie

Il centro era stato inaugurato a Berlino nel 1919 dal medico ebreo Magnus Hirschfeld, a cui si deve la coniazione del termine transessuale, patrocinava l’educazione sessuale, la contraccezione, la cura per le malattie trasmesse sessualmente e l’emancipazione femminile, oltre a essere un precursore assoluto dei diritti civili e l’accettazione sociale degli omosessuali e dei transgender. Poi, nel maggio 1933, a pochi giorni dal tristemente noto rogo dei libri voluto da Joseph Goebbles, capo della propaganda nazista, la gioventù hitleriana saccheggiò e distrusse l’istituto: era l’inizio dell’omocausto.

Il corto di Manganelli intreccia gli eventi legati all’ospedale di Hirschfeld a quelli dell’ospedale ebraico di Iranische Strasse che rimase in piedi anche durante il Terzo Reich; sopravvivenza strumentale al progetto omicida nazionalsocialista, andando a costituire un luogo di concentramento e controllo dell’ormai sparuta popolazione ebraico-tedesca. Allo stesso tempo, rappresentò un luogo di salvezza dove alcune centinaia di ebrei riuscirono a salvarsi fino alla liberazione avvenuta nell’aprile del 1945. È qui che si rifugerà Alex, divenuto ormai Alexandra, una delle quattro trasformazioni in cui passerà come individuo come quattro sono le fasi in cui muta una farfalla, da uovo fino ad adulto: una vita breve ma finalmente libera di esprimere la propria identità.

“Butterflies in Berlin”, scritto e diretto da Monica Manganelli

Butterflies in Berlin: scheda del film

Selezionato a molti dei festival di animazione internazionale (molti dei quali vinti) e presentato prima al Rome Independent Film Festival nel 2019 e poi all’Ischia Film Festival 2020, Butterflies in Berlin scritto, diretto e disegnato da Monica Manganelli è stato realizzato con diverse tecniche di animazione, mescolando l’animazione 2D alla grafica animata 3D, rielaborando foto d’epoca, collage e concept art mattepaint.

Ogni fotogramma è stato concepito da Manganelli come un dipinto, un omaggio e una citazione di alcuni pittori tedeschi degli anni Trenta.

Un’immagine di “Butterflies in Berlin” di Monica Manganelli

Perché vedere il corto di Monica Manganelli

Nei giorni in cui sembra finalmente arrivata in Italia una legge contro la discriminazione in base all’identità di genere e all’orientamento sessuale, il corto animato di Monica Manganelli rivela ancora più nella sua urgenza il valore della sua poesia.
Scenografa, regista, autrice, dimostra nei trenta minuti del suo lavoro come sia possibile dire cose importanti anche – soprattutto obietterà qualcuno – con un genere come l’animazione per adulti ancora così poco battuto, almeno dalle nostre parti (secondo i dati del Mibact, solo l’1% delle produzioni animate è stata finanziata in Italia nel 2018 e il 90% di esse sono per tv e per ragazzi).

Scrive la stessa Manganelli sul suo profilo Facebook: “A livello creativo l’animazione permette di andare oltre a certe “barriere” tecniche, e realizzare situazioni ed immaginari che in live action non potresti fare. Puoi liberare l’immaginazione sia a livello di contenuto, che tecnico. Solo da noi è probabilmente considerato un genere “minore”, ma nel frattempo Del Toro, Taika Waititi, i fratelli Darden, David Fincher stanno lavorando attualmente a progetti di animazione, e Netflix a Los Angeles ha istituito un reparto solo per lo sviluppo di progetti di animazione, capitanato da Melissa Cobbs”.

La regista parmense, per anni cervello in fuga tra gli Stati Uniti e Berlino, dimostra invece attraverso le sue immagini fiabesche e dolorosamente poetiche come anche un pezzo importante nella storia della comunità LGBTQ nella sua tragicità possa essere trattato con invidiabile delicatezza.

Articolo originale pubblicato il 2 Luglio 2020

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