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Lavorare girando il mondo si può: la storia di Lara e altre 3 nomadi digitali

Postano foto da ogni parte del mondo, la loro vita sembra un lungo viaggio e un'eterna vacanza: ma la vita delle nomadi digitali è davvero tutta così rose e fiori? Ne abbiamo parlato con quattro di loro, per capire cosa serve per poter girare il mondo mentre si lavora.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Libere di essere” powered by N26

Per alcune di loro è una scelta, per altre una necessità di cui hanno fatto virtù.
La frase che si sentono dire più spesso è “sei fortunata”, seconda solo a “ti invidio tanto”, ma la realtà è che queste ragazze la cui vita sembra, soprattutto sui social, una lunghissima vacanza, sono coraggiose, caparbie e si sono messe in gioco senza sconti e con tanti sacrifici.

Parliamo delle nomadi digitali: un esercito di donne, soprattutto freelance, che lavorano da remoto – grazie a una buona connessione wifi, WhatsApp, Skype, Slack e altre piattaforme o gruppi online di collaborazione aziendale – e lo fanno da vari posti del mondo.

Secondo il Censis solo in Italia, tra uomini e donne, sono 1,8 milioni i giovani senza ufficio fisso o obbligo di presenza in azienda, il cui posto di lavoro può essere indifferentemente una piazza di Lisbona, un coworking a Copenaghen o una spiaggia di Bali. E saranno molti di più negli anni a venire.

Detto così sembra un sogno, ma cosa significa davvero essere nomadi digitali? Ce lo hanno raccontato Lara, Silvia, Lucrezia e Andrea (che sì, in questo caso, è usato al femminile!).

Lara, 29 anni, customer care per un gruppo beauty – attualmente a Singapore

Non è che io il “posto fisso” non lo volessi. All’inizio, come molti, vi ambivo, mi dava sicurezza, ma non è mai arrivato.
Quando ti trovi a lavorare da casa, magari non per tua volontà e inseguendo più collaborazioni per mettere insieme a fine mese uno stipendio dignitoso, a un certo punto ti dici

Almeno proviamo a sfruttarla questa flessibilità, fatta di zero garanzie e certezze.
Si diventa nomadi digitali anche per questo: per trasformare in opportunità (di viaggiare e vedere il mondo) la precarietà e fluidità in continua evoluzione del lavoro nel mercato di oggi.

Quanto alla meta, c’è chi la cambia spesso e chi si radica in qualche città per un po’ di tempo, a volte anche anni.
Io oggi sono a Singapore, come tappa di un viaggio nei Paesi asiatici che mi hanno sempre tanto affascinata, e a breve mi sposterò a Kuala Lumpur.

I Paesi asiatici sono sicuramente quelli con il costo della vita più basso, ma mettici visti, voli, etc e, a meno che tu non voglia mai fare rientro in Italia, diciamo che hai già perso tutta la convenienza. Ma mi sono detta “ora o mai più”.

Silvia, 25 anni, graphic designer – attualmente a Budapest

Sono a Budapest da qualche mese. Sono arrivata qui con la scusa di ritrovare alcuni amici dell’università, ma la verità è che è una città bellissima e, soprattutto, economica per chi fa questo tipo di vita.

Quando scegli di essere una nomade digitale, non basta assicurarsi di avere una buona connessione e prendere un biglietto aereo, è fondamentale ragionare da imprenditrice di te stessa e definire bene tutta la parte economica, fatta di tariffe telefoniche, budget, assicurazioni sanitarie, fondamentali quando si esce dal territorio nazionale.

Può sembrare una banalità, ma viaggiare senza essere adeguatamente preparati e organizzati da questo punto di vista può costarci molto caro. Basti pensare alle commissioni extra che possono gravare sui bilanci ogni volta che è necessario prelevare del contante a un bancomat; o quanto può costarci la necessità di un medico senza servizio sanitario nazionale.

Un’ottima soluzione per me è stato N26 Business You, il conto premium progettato per freelance e liberi professionisti, che offre prelievi ATM gratuiti in tutto il mondo e zero commissioni sui pagamenti in negozi fisici e online, anche in valuta estera; oltre a un’assicurazione viaggi che include rimborso su ritardi aerei e bagagli, rimborso spese mediche all’estero, assicurazione furto di cellulare o contanti e una garanzia estesa sugli acquisti.

Lucrezia, 34 anni, copywriter – attualmente a Barcellona

A differenza della maggior parte delle nomadi digitali io ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per riconquistare la mia libertà di movimento, seguire la mia vocazione e, non ultimo, il mio amore.

Ma chiaramente non è stato un salto nel vuoto, né una scelta facile o non ponderata.

“Come ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per seguire le mie passioni”

“Come ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato per seguire le mie passioni”

Credo che troppe persone abbiano un’idea un po’ “hippie” dei nomadi digitali: non siamo né degli alternativi sprovveduti, né dei viziati figli di papà.

Per fare questo tipo di vita con successo, anzi, serve tanta disciplina: il fatto di non avere orari richiede di imporseli autonomamente. In più, molto spesso, i nostri orari sono molto più lunghi e pervasivi del nostro tempo libero di quanto non lo sia un lavoro a tempo indeterminato, in cui magari si timbra un cartellino in ingresso e in uscita.

La libertà ha un suo prezzo!

Andrea, 42 anni, traduttrice – attualmente a Bruxelles

Per me viaggiare è parte del mio lavoro. Sono fortunata a fare quello che faccio, perché mi piace, perché mi permette di vedere il mondo e conoscere persone, culture, usanze diverse.

Ma non diteci, per favore, “come sei fortunata” o “ti invidio”.
Mi invidi davvero? Allora fallo. La verità è che la vita della nomade digitale non è facile, soprattutto se sei donna. Ci vuole grande determinazione, anche perché non è mai una scelta fatta a cuore leggero.

Per quanto sia sempre più facile e in parte economico volare (ma dipende in quale parte del mondo sei!) significa salutare gli affetti, perderne alcuni, non esserci per qualcuno di importante nei momenti difficili o cruciali.

Ci vuole coraggio, soprattutto quando non hai più 20 anni.
Ma non è corretto neppure questo: anche quando hai 20 anni per mettere vestiti, cuore e sogni in una valigia e partire per il mondo di coraggio ce ne vuole tanto!

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