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Il complotto dei gay che non conoscono crisi e si moltiplicano

Se i gay sono visti come virus che "non conoscono crisi" e si espandono danneggiando gli altri. Il titolo di Libero che grida al complotto omosessuale impone per forza una riflessione.

Tre imprenditori su 4 fuggono dalla ricevuta elettronica e l’economia soffre.

Sembrerebbe un normale sommario di un qualunque articolo di giornale che descrive la precaria situazione economica italiana e il caos scatenato dall’obbligatorietà della fattura elettronica B2B in vigore dal 1° gennaio 2019. Peccato che il prosieguo reciti

Gli unici a non sentire crisi sono gli omosessuali: crescono in continuazione.

Del resto, già il titolo che Libero aveva scelto, in taglio alto, per la prima pagina del 23 gennaio non lasciava adito a dubbi: “Calano fatturato e PIL, ma aumentano i gay”.

Che è un po’ come dire “Aumentano le tasse, ma calano i biondi”, oppure “In aumento la disoccupazione, ma c’è un’impennata di persone alte 1,80”.

La sostanza è quella e, del resto, è piuttosto palese che il titolo dell’articolo firmato da Filippo Facci per il quotidiano di Vittorio Feltri – due che alle polemiche non si sono mai sottratti, sia ben chiaro – sia fatto proprio per andare a toccare i nervi scoperti di un argomento che, ancora oggi, provoca grosse divisioni, sul piano morale, etico, anche istituzionale.

Mettere sullo stesso livello temi scottanti come la precarietà economica di un paese che soffre per la mancanza di lavoro e di opportunità e l’omosessualità, costruendo ad hoc un titolo che in qualche modo implica che l’una dipenda dall’altra o ne sia quantomeno influenzata in maniera sensibile, è indiscutibilmente un’ottima operazione pubblicitaria (via social o no, praticamente tutti ne hanno parlato, quindi la trovata è stata assolutamente furba), ma soprattutto un clamoroso specchietto per le allodole, in particolare per quelle  più sensibili all’uno e all’altro gli argomenti trattati.

Ricordiamo che il direttore stesso di Libero, ospite in collegamento della versione estiva de L’Aria che tira su La7, nel giugno del 2018, si espresse a proposito del gay pride milanese dicendo che “Milano è un vivaio di finocchi, li chiamo ricchioni”, giusto per porre il tutto nel giusto contesto. Chiaro, quindi, che l’opinione generale su omosessuali, gay pride e diritti LGBT non sia propriamente la più aperta del mondo. E, per quanto possa piacere o no, questo ci sta, nel senso che appartiene alla libertà individuale anche il diritto di non condividere le battaglie omosessuali, di credere esclusivamente nell’amore etero, e nelle famiglie etero come le sole e uniche possibili.

Diverso è però se ci si presenta come mezzo di informazione che, per sua stessa natura, dovrebbe essere imparziale e non esposto a giudizi e considerazioni personali di sorta; a maggior ragione se il focus dell’articolo dovrebbe indirizzarsi alle problematiche della fatturazione elettronica e la calo del prodotto interno lordo, e invece va a finire a parlare di “gay in crescita”.

Che poi, questo concetto suona inevitabilmente strano anche a chi di media e informazione non si occupa per professione: è stato fatto un censimento dei gay per misurarli, con un moderno Erode che prevede di contare (ed eventualmente eliminare) tutti i bambini omosessuali? Ma soprattutto, fosse anche vero che “ci sono più gay” (forse perché, fortunatamente, oggi in Italia possono esserlo senza rischiare il carcere, la tortura o altri tipi di punizioni corporali, a differenza di altri paesi), in quale modo la loro presenza c’entrerebbe con la crisi economica?

Portano via il lavoro a qualcuno? Esistono professioni spiccatamente gay-friendly, da cui gli eterosessuali sono esclusi? I gay contribuiscono ad abbassare il PIL italiano? Guadagnano di più rispetto agli etero, non dichiarano i redditi, accumulano i risparmi nelle banche svizzere o nelle isole caraibiche, lavorano in nero, rubano?

Probabilmente, la risposta a tutte queste domande è solo una: non più di quanto facciano alcuni italiani etero.

Dunque, proprio adesso che sembrava ci stessimo liberando – pur se a fatica – dal concetto di omosessuale=malato da curare, ecco che l’allegra brigata feltriana ci propone una nuova prospettiva dell’omosessualità: quella di un virus, forse, che cresce e si espande contaminando ogni ramo sociale, persino quello occupazionale, senza possibilità alcuna di porvi un freno. Oppure, dovremmo parlare di una nuova categoria lavorativa, quella degli omosessuali, come ha ironicamente scritto questo ragazzo, Giambattista Manna, in un post Facebook diventato virale e condiviso anche da Selvaggia Lucarelli?

Chissà quanti di questi lavoratori che conducono auto, furgoni e camion stanno cercando di fatturare, portare a casa lo stipendio, consegnare merce, concludere progetti, insomma produrre PIL.
E chissà quanti di loro, invece, si stanno segretamente adoperando per far aumentare i gay, che pare “crescano in continuazione”.
I primi me li immagino energici: donne e uomini dai bei lineamenti tesi nello sforzo lavorativo, che in fondo non è nemmeno per sé stessi, ma per la Patria: qualcuno ha in mente la bolla da evadere, altri controllano nello specchietto i secchi e i sacchi nel cassone di dietro per il cantiere a cui si stanno recando, un team diretto a una riunione fuorisede discute nell’abitacolo come migliorare le strategie aziendali.
Non così i secondi: sui loro mezzi solo Lady Gaga in loop, il volto truccatissimo, e in stiva gli strumenti per i loro piani oscuri come boccette del misterioso liquido fuxia omosessualizzante da sversare nell’acquedotto, serbatoi per canadair e aerei da scie chimiche rainbow per la contaminazione frocia dell’aria con le polveri sottili glitter e scatoloni colmi di zanzare non tigre ma tigrate per l’inoculazione coatta e subdola del gender.

Le reazioni di sponsor e politica

Ironia di Manna a parte, è difficile interpretare il titolo di Libero come un mero atto goliardico, proprio in virtù della funzione professionale che ha scelto di assolvere (parliamo di un quotidiano che, secondo i dati aggiornati al 2018, ha una tiratura di 82.680 copie, non è il Vernacoliere, che ha un dichiarato intento satirico); e infatti le reazioni, sia dal punto di vista istituzionale che commerciale, non si sono fatte attendere.

Da un lato, infatti, il marchio Ristora ha deciso di togliere la pubblicità per protesta contro il titolo, rifiutando di comparire ulteriormente sulla prima pagina di Libero.

Abbiamo ricevuto una valanga di critiche ma anche di insulti – ha spiegato a Lettera43.it un portavoce dell’azienda bresciana – ed è la terza o quarta volta che succede per un titolo di Libero. Ci hanno detto che siamo conniventi, ma noi pianifichiamo e compriamo la pubblicità con programmi trimestrali e non possiamo certo conoscere i titoli in anticipo.

Un intervento da parte di Ristora era del resto stato chiesto anche dall’europarlamentare del Partito democratico Daniele Viotti che, in un post su Facebook, aveva espresso il proprio dissociarsi.

Ma anche il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi minaccia di togliere i fondi pubblici al quotidiano Libero,  come spiega in una nota in cui dice di provare

[…] disgusto per il titolo del giornale Libero. Un giornale che riceve soldi pubblici che prima pubblica titoli razzisti contro, poi oggi anche omofobi. Avvierò immediatamente una procedura interna per vagliare la possibilità di bloccare l’erogazione dei fondi residui spettanti a un giornale che offende la dignità di tutti gli italiani e ferisce la democrazia.

A Libero però sembrano non essere minimamente toccati dalla valanga di critiche e di conseguenze che quel titolo ha avuto per loro, tanto che Feltri ha detto “Chi ci spara addosso ha letto solo il titolo”, mentre il direttore responsabile, Pietro Senaldi, ha ribadito “Ci chiudano pure, ma gli omosessuali aumentano”.

Che il team di Libero faccia spallucce o meno, è però innegabile che, alla luce di queste reazioni, a differenza di altri titoli “discutibili” del passato (ricordiamo che, solo l’11 gennaio, aveva titolato “Comandano i terroni” riferendosi alle cariche istituzionali) questa volta non vi è stata solo l’indignazione fine a se stessa, ma una che pare stia conducendo alle uniche due soluzioni possibili: un intervento dall’alto, mirato a togliere fondi al quotidiano, e uno dal basso, mirato a rivolgere le critiche a chi il quotidiano lo finanzia.

Riassumendo, i “gay che non conoscono crisi” sono quindi una categoria a parte? Sono quelli che lavorano alle spalle degli onesti lavoratori per moltiplicarsi e contribuire ad abbassare salari e ad aumentare tasse?

Giambattista, che nel suo post scrive anche “Tra l’altro prima ho provato con la mente a ingayare un bonastro che aspettava la cotoletta al self service, ma niente: si è girato e si è messo a parlare dell’Inter con un collega”, l’ha preso col sorriso. Noi non sappiamo, sinceramente, se sapremmo fare altrettanto, anche se indubbiamente l’idea di un “diffusore fucsia di scie chimiche omosessualizzanti” ci fa sorridere.

In compenso, però, concordiamo al di sopra di ogni dubbio con l’occhiello dell’articolo di Libero: c’è davvero poco da stare allegri.

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