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Alessandra Appiano, la lettera del marito: “Lei non era chi avete dipinto”

Computer delle mie ridicole brame, dammi una mano. Prova tu a dire qualcosa, io non ce la faccio. Prova tu a dire cosa accade quando si perde la compagna con cui si sono condivisi 25 anni ‘vivendo come due ragazzi’, quando si è costruito un sodalizio di anime disperatamente allegro, in fuga dalle convenzioni, con il culto del ‘miracolo dell’amicizia’, fatto di progetti, avventure, liti, giochi, canzoncine inventate mentre andavamo al mare, lessico famigliare senza famiglia. Dimmi tu cosa succede quando tutto è raso al suolo in sette settimane per opera di una malattia mentale feroce, rapace, subitanea e violenta, un male che come un lampionaio spegne una per una le luci della persona che ogni giorno ti ha illuminato la vita.

Inizia così la struggente lettera che Nanni Beldecchi ha scritto per la moglie, la giornalista Alessandra Appiano, morta il 3 giugno 2018, sul Fatto Quotidiano, il giornale per cui lavora (a questo link potete leggere la lettera completa).

Beldecchi, affranto dal dolore per la perdita della donna che era sua compagna di vita da un quarto di secolo, e sua moglie da 15 anni, affronta pubblicamente la malattia mentale che si era impossessata di Alessandra, quella depressione che stavano cercando di curare insieme; ne parla soprattutto per mettere un freno deciso alle decine di illazioni, congetture, supposizioni, che nei giorni seguenti alla notizia della morte della scrittrice vincitrice del premio Bancarella si sono susseguite senza sosta. In particolare perché proprio dagli inquirenti è trapelata l’indiscrezione che si sarebbe trattato di un gesto volontario e, come spesso accade trattandosi di un personaggio pubblico, ciascuno si è sentito legittimato a dire la propria, a esprimere il proprio punto di vista. Peccato, commenta Beldecchi, che l’abbiano fatto senza conoscere davvero Alessandra, senza minimamente sapere della donna di cui stavano parlando.

La Appiano negli ultimi tempi era ricoverata presso il reparto “disturbi dell’umore” dell’ospedale Turro San Raffaele, “non un’eccellenza italiana, un’eccellenza europea“, spiega Beldecchi citando le parole dei medici.

Eravamo certi che tutto si sarebbe risolto. Come immaginare che una simile forza della natura non si sarebbe risollevata, così come era accaduto ai tanti amici che in un modo o nell’altro avevano sperimentato la depressione? Invece quel ricovero si è rivelato l’ultimo passaggio di uno spietato destino di morte, la prova – non il sospetto – che la vita è davvero capace di tutto.

E qui il giornalista parla di quel che, in tutta questa terribile e dolorosa vicenda, ha contribuito ad aggiungere sofferenza e incredulità: il modo in cui tutti si sono sentiti in diritto di parlare di lei, di Alessandra.

Da quella vuota, afosa mattina del 3 giugno cliccando il nome di Alessandra in quella peste delle relazioni umane che sono i cosiddetti social network è venuto fuori di tutto: il ritratto di una donna fragile, malinconica e segretamente depressa. I segnali trascurati, i segni premonitori, la ricerca morbosa del giallo e dell’orrore nei suoi romanzi e nei suoi post. Ognuno è padrone di dare libero sfogo alla propria nullità e alla propria spazzatura. Ma si tratta di idiozie o di cattiverie, a seconda del grado di ignoranza da cui sono state originate. La verità è che Alessandra era una sorgente infaticabile di luce e di energia non solo per me, ma anche per i nostri tanti amici […] È stata la donna più attenta alla propria salute che abbia mai conosciuto […] portatrice di un’immagine pubblica garbata ed elegante nell’era del vince chi urla di più, di una bellezza quasi soprannaturale per i suoi 59 anni senza il minimo ritocco estetico […]

Aveva le sue tristezze e le sue malinconie, certo, accentuate da una natura cui si alternavano spleen ed euforia. Era un’artista vera, duplice anche nel suo lavoro, capace di tormentarsi per tre mesi sul ‘non ho più niente da dire’ e poi di buttar giù di getto un romanzo nei tre mesi successivi. Sentiva come pochi l’ineluttabile trascorrere del tempo e aveva i suoi momenti di crisi; ma quale persona intelligente e sensibile non ne ha?

In 50 giorni, invece, prosegue Beldecchi, tutto è cambiato: inizia un calvario fatto di passaggi da uno specialista all’altro, fino alla decisione, estrema, del ricovero.

Ma la mattina del 3 giugno da quel luogo che doveva curarla e proteggerla è potuta fuggire, vagare indisturbata per i deserti vialoni della periferia fino a raggiungere uno dei tanti anonimi grattacieli milanesi, sede di un hotel; dalla terrazza dell’ottavo piano ha guardato per l’ultima volta quella città che amava tanto, dove era arrivata dalla provincia nella speranza di un posto nel mondo che si era conquistato con la sua intelligenza, il suo talento, il suo perfezionismo, il suo culto per il lavoro.

E, pur tormentato ancora dalla ferita freschissima per la perdita del suo grande amore, Nanni Beldecchi ha la forza per un ultimo appello, quello che cerca la verità e dipinge la sua Alessandra nell’unico modo sincero e possibile.

Fra i lettori di queste righe ce ne saranno alcuni che conobbero Alessandra, ed è verosimile che sviluppino riflessioni ulteriori, più o meno analoghe. Ma quelli che non la conobbero, o l’hanno vista solo in qualche apparizione mediatica, vorrei che avessero di Alessandra l’immagine più semplice che io ne porto nel cuore. Era una donna buona.

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