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"Lo stupro è consensuale": la cultura della violenza sessuale in India

La piaga della violenza sessuale in India, anche a carico di bambine, spesso appena neonate, non accenna a fermarsi. Ma la terribile realtà dietro questi orrori è che, nel paese, lo stupro sia visto come consensuale, e la donna come soggetto da colpevolizzare. Sempre.

La situazione degli stupri a danno di bambine in India si sta facendo sempre più drammatica. Le violenze sessuali rappresentano una vera e propria piaga nel paese, tanto che un rapporto di National Crime Records Bureau ha fatto sapere che, solo nel 2016, sono stati più di 36.000 i casi di stupro nel Paese; dati terribili che fanno eco a quelli riportati nel 2014 dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, in cui emergeva che una vittima di stupro su tre in India è un minore.

Gli ultimi fatti di cronaca nera, anzi nerissima, parlano di tre bambine rapite, violentate e uccise nell’arco di appena 24 ore ad altrettante feste di matrimonio, e di una neonata di soli 4 mesi vittima del medesimo, atroce destino.
A tutto questo si aggiunge l’orrore di Asifa Bano, rapita a otto anni nel gennaio 2018, violentata per tre giorni e infine uccisa da un gruppo di uomini, tra cui alcuni agenti di polizia, nelle campagne di Kathua, parte settentrionale dell’India. Anche della sua morte si è scoperto solo ad aprile, dopo l’arresto dei suoi assassini.

Questi tremendi fatti hanno spinto il premier indiano Narendra Modi a prendere seri provvedimenti, cambiando la pena per i violentatori da ergastolo a pena di morte, per chi stupra bambine sotto i 12 anni. Ma non sappiamo, in realtà, se questo sarà sufficiente, per due ordini di ragioni: in primis perché troppe volte abbiamo assistito ad atti volti ad arrestare il problema che, tuttavia, hanno rappresentato solo un leggero deterrente, come nel caso della ventitreenne violentata da sei uomini su un autobus a Delhi, nel dicembre 2012, e morta dopo 72 ore per le gravissime lesioni interne subite.

La morte di quella ragazza, da tutti ribattezza “Figlia dell’India” provocò proteste e manifestazioni senza precedenti, in cui marciarono insieme, per la prima volta, uomini e donne. Ma, come si può vedere, nel tempo tutto questo è servito a ben poco.

La seconda ragione per cui nutriamo perplessità circa il disegno di legge promulgato da Modi è il fatto che, nel grande paese asiatico, lo stupro sembra essere quasi intrinseco alla cultura stessa indiana, come emerge da un documentario girato nello stato dell’Haryana.

Lo stupro è consensuale

Fonte: web

Nel gennaio del 2018, ci sono stati dieci casi di stupri in dieci giorni nel solo stato dell’Haryana. Proprio da questo terribile dato sono partiti gli autori di Rape is consuensual. Inside Haryana’s rape culture, girato da The Quint. Un fatto che sembra aver sconvolto molti, ma da cui comunque continua a emergere, chiara, una verità tutta soggettiva nella percezione dello stupro da parte degli abitanti della città: le donne continuano a essere additate come responsabili della violenza subita.

Partendo quindi proprio da questo dato di fatto, il documentario prova a spiegare il perché le donne siano sempre e comunque viste come responsabili della violenza, mai come vittime. Le risposte, inutile dirlo, sono agghiaccianti, e arrivano non solo da persone anziane, cui si potrebbe (ma solo eventualmente) dare l’attenuante dell’essere vissuti in un’altra epoca, ma anche da giovani e ragazzi, a riprova del fatto che la cultura maschilista e sessista si perpetri irrimediabilmente nel tempo.

La ragazza deve aver fatto qualcosa di sbagliato, per questo è stata stuprata” dice ad esempio un ragazzino.

Sia il ragazzo che la ragazza hanno fatto qualcosa di sbagliato – spiega invece la madre di un ragazzo condannato per stupro – Allora perché solo il ragazzo è ritenuto responsabile? La ragazza arriva a rimanere a casa, il ragazzo viene spedito in prigione. Che tipo di legge è questa?

Nel viaggio attraverso i distretti di Jind, Rohtak, Bhiwani e Charkhi Dadri, questa filosofia emerge in maniera molto chiara, e il primo pilastro su cui poggia è la colpevolizzazione della vittima. Una volta che una ragazza compie 14 o 15 anni, non si può più definire “stupro”, sostengono le persone. C’è sempre consenso.
Tanto che sono persino gli stessi ufficiali di polizia a rafforzare questa convinzione, come si legge in questo estratto, tradotto, del documentario, disponibile integralmente a questo link.

‘Entrambi (lo stupratore e la vittima) sono da biasimare. Senza conoscerti, non posso neanche parlarti. Nessuno può farti nulla se non ti conoscono. Senza il consenso, nessuno può nemmeno parlare con qualcun altro. Una ragazza parlerà con qualcuno a meno che non acconsenta a farlo?’

A quel punto, abbiamo chiesto, ‘E se lo stupratore rapisce la vittima?’

Il poliziotto ha risposto: ‘Come può qualcuno rapirti?’

L’onore da difendere

Fonte: web

L’altro pilastro su cui affonda le basi la “depenalizzazione” dello stupro, o almeno la sua tacita accettazione, deriva dalla questione dell’onore, che spesso limita in maniera rilevante la libertà delle bambine e delle ragazze. In India esistono ancora sia i matrimoni combinati che, ancor peggio, quelli che coinvolgono spose bambine, per cui spesso una ragazza non può sposare chi ama. Secondo questo principio, è colpevole anche quando è vittima di violenza. Dice un giovane intervistato:

Le ragazze devono stare a casa a meno che non abbiano un lavoro.

Ma questo tipo di cultura plasma talmente tanto la società indiana da essere metabolizzato senza discussioni anche dalle bambine.

Si, è colpa delle ragazze se vengono violentate. Si fanno degli amici e questo è il risultato delle cattive compagnie che frequentano.

Si sente dire nel documentario; oppure

La nostra insegnante ci ha detto che anche le ragazze sono colpevoli in caso di stupro. La nostra colpa è di fare amicizia con i ragazzi, che poi si avvantaggiano di questa amicizia.

Sì, le ragazze devono essere colpevolizzate in caso di stupro. Queste ragazze fanno amicizia e tutto il resto e in seguito devono pagare la conseguenza delle cattive compagnie.

A rafforzare questa tesi, un khap panchayat [la riunione di più clan di villaggi, ndr.], nel 2013, ha espressamente chiesto alle ragazze di età superiore ai 10 anni di non indossare jeans e non usare i telefoni cellulari. Apparentemente, indossare “abiti provocatori” come i jeans attirerebbe l’attenzione degli stupratori.

Mentre la Sarva Khap Jat Panchayat ha consigliato alle ragazze di sposarsi “all’età di 16 anni, in modo che abbiano i loro mariti per i loro bisogni sessuali, e non abbiano bisogno di andare altrove. In questo modo, non si verificheranno violenze“.

Insomma, devono essere sempre le donne a proteggersi e a evitare di attirare l’attenzione dei malintenzionati, magari anticipando la data del proprio matrimonio per “appagare” i propri appetiti sessuali, e soprattutto appagare quelli del consorte…

È una piaga che non accenna a fermarsi

Fonte: web

Come riporta un articolo di Terre des Hommes, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 35% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale da parte del partner o di sconosciuti, mentre sono circa 120 milioni le ragazze che hanno meno di vent’anni ad essere state vittime di “rapporti forzati o altri atti sessuali forzati”, vale a dire una su dieci a livello globale.

Nel dossier Indifesa, presentato a ottobre 2017 in occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze, si legge che

La violenza di genere, incluse le violenze sessuali, che viene inflitta a donne e ragazze ha proporzioni da epidemia. Se fosse una malattia, la violenza sessuale verrebbe presa in seria considerazione e i governi così come i donatori indipendenti stanzierebbero dei fondi per combatterla.

Ma finché si considererà lo stupro come un atto consensuale solo perché si indossa un paio di jeans o si parla con qualcuno, e la donna – o la bambina – sarà vista come colei che provoca, si può dire che, purtroppo, la strada per prendere davvero in considerazione il dramma di queste ragazze e bambine è davvero ancora molto lunga.