logo
Stai leggendo: “Sono figlio di un prete e siamo in tanti”

"Sono figlio di un prete e siamo in tanti"

La storia di un uomo irlandese che ha scoperto di essere figlio di un prete è l'occasione per parlare di un tema troppo spesso taciuto: perché sono davvero molti i sacerdoti che hanno figli, e oggi anche la Chiesa sembra voler fare qualcosa per loro.

Ha scoperto di essere figlio di un prete solo a 28 anni. Un segreto davvero troppo grande per poter essere confessato, ma alla fine Vincent Doyle, uno psicoterapeuta irlandese di Galway, ha scoperto la verità: l’uomo che era morto quando lui aveva appena 12 anni e che aveva sempre creduto essere il suo padrino in realtà era suo padre, JJ Doyle. Anche se a questa rivelazione Vincent ci è arrivato solo diversi anni più tardi.

Come ha scoperto di essere il figlio di un prete l’uomo lo ha spiegato a TPI.

Nel 2011 ho trovato una cartellina con vecchie poesie scritte su dei fogli di carta. Le ho lette e ho capito che erano state scritte dal mio padrino, JJ Doyle. Ho sempre avuto un rapporto stretto con lui. Quando morì, non sapevo che quell’uomo in realtà era mio padre. Le poesie mi hanno colpito profondamente, anche io ne avevo scritte da giovane e da adolescente. Il tono delle poesie di JJ era simile a quello che usavo io. Mentre le leggevo, andavo realizzando dentro di me. Mi sono girato verso mia madre, che sedeva in silenzio accanto a me. ‘Era mio padre, vero?’, le ho detto con stupore. Lei ha iniziato a piangere… E allora l’ho capito. Ha detto ‘sì’, e io l’ho abbracciata e le ho detto che le volevo bene. Ha custodito questo profondo segreto per 28 anni, con sofferenza.

Già, per la madre di Vincent non deve essere facile custodire quella notizia dentro di sé, per preservare se stessa, suo figlio, ma anche l’uomo con cui l’aveva concepito, un uomo di fede, dagli inevitabili giudizi che sarebbero fioccati sulla loro famiglia una volta saputo come stavano realmente le cose. Ma, quando il ragazzo è arrivato da solo alla verità, ha avuto un’opportunità che ad altri non è riservata: passare del tempo con suo padre.

Quando era vivo, io e mio padre trascorrevamo molto tempo insieme. Pensavo fosse il mio padrino, non sapevo fosse mio padre, ma il nostro legame andava oltre quel silenzio che c’era tra noi, entrambi sapevamo, in fondo. Ci amavamo talmente tanto che non c’era bisogno di parole – ha spiegato Doyle a TPI, per poi aggiungere un profilo di suo padre come religioso – Mio padre era un uomo della gente. Se i parrocchiani erano vecchi o disabili li aiutava persino con il giardinaggio,  e ogni volta che uscivamo veniva regolarmente avvicinato dai poveri, a cui non rifiutava mai del denaro. Mi amava, amava mia madre e amava il sacerdozio. Amava dire la messa e soffrire con le persone che soffrivano. JJ era un padre amorevole in tutti i sensi; un bellissimo prete e un padre amorevole.

Soprattutto dal Medioevo diversi sono stati gli “uomini di Dio” – fra cui molti papi (basti pensare a Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI e padre della celebre e spietata Lucrezia) – ad aver “trasgredito” alla norma che li vuole scapoli e senza figli, ma se pensate che il problema dopo l’Umanesimo si sia risolto… Beh, siete molto lontani dalla verità. E, del resto, in realtà nel diritto canonico non è richiesto che un prete lasci il sacerdozio se è padre di un bambino, perché non si tratta di un reato canonico, secondo una concezione condivisa. È stata, a suo tempo, clamorosamente rivoluzionaria la dichiarazione di Papa Francesco, all’epoca non ancora pontefice,  che nel 2010, nel  libro Il cielo e la terra, riconobbe il “diritto naturale del bambino come più importante dei diritti del prete”, e oggi la Chiesa sembra voler fare qualcosa per cominciare a tutelare i bambini. Proprio anche grazie a Vincent e alla piattaforma da lui creata, Coping International, non solo per raccogliere le testimonianze e le storie di altri che, come lui, sono nati dall’unione della propria madre con un religioso, ma anche per garantire la tutela psicologica dei figli dei consacrati.

Doyle, in camicia blu, incontra Pap Francesco (Fonte TPI)

Tra dicembre 2014 e luglio 2017 – ha spiegato Doyle – ci sono stati 9.397 accessi provenienti solo dall’Italia sul nostro sito web. Questo rappresenta la quantità di persone che cercavano aiuto sul tema dei figli dei sacerdoti, o le madri di bambini figli di preti in cerca di aiuto. Ora la domanda è: perché così tante persone sono andate su un motore di ricerca e hanno cercato frasi come ‘Sono figlio di un prete’ o ‘Sono incinta e il padre è un prete’ e così via? Perché così tante persone avrebbero cercato un’informazione su un tema così specifico in 30 mesi, se non per un interesse personale?

L’uomo è convinto che siano circa 4000 mila i preti che hanno figli, molti quelli nel nostro paese, e il pensiero, seppur con cifre ridotte nei termini, è fondamentalmente condiviso anche da Sante Sguotti, ex parroco della provincia di Padova che proprio per amore di una donna e di un figlio lasciò l’abito talare. “In Italia, il 40% dei sacerdoti ha un figlio. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice”, ha detto l’ex sacerdote a giornalettismo.com.

Insomma, uno scomodo segreto di Pulcinella che con ogni mezzo si cerca di trincerare nel riserbo e nell’indifferenza, come del resto sottolinea Doyle.

… La situazione di per sé incoraggia la segretezza, e la segretezza crea trascuratezza. Se un bambino vive in segreto, lui o lei può soffrire di trascuratezza o danni psicologici o emotivi, che influenzano il suo benessere. Se la Chiesa in Italia non ha parlato pubblicamente dell’argomento, questa assenza di riconoscimento potrebbe essere interpretata in senso di facilitazione o incoraggiamento del silenzio, e cioè far intendere che il silenzio su questo tema è in qualche modo la norma o quanto previsto?

Sono sicuro che la Chiesa italiana non vuole sia così, sicuramente vogliono sostenere i bambini, tutti i bambini. Si può solo concludere che ci sono bambini che vivono nel silenzio, in Italia, e vengono trascurati emotivamente e psicologicamente. Spetta alla Chiesa in Italia dichiarare che riconoscerà e accetterà questi bambini e che loro potrebbero farsi avanti in sicurezza se lo desiderano.

Se la Chiesa si rifiuta di farlo, allora io chiedo, perché rifiutano, a meno che non sappiano di questi bambini e temano di riconoscerli? Quindi, cosa viene prima, i bisogni dell’adulto o del bambino? La Chiesa ha il dovere di prendersi cura di questi figli e di non lasciarli a soffrire in silenzio.

Dal 2014 ad oggi ci sono stati 2663 accessi su www.copinginternational.com dalla Città del Vaticano, spiega Doyle. Insomma, numeri altissimi che fanno comprendere quanto quello del ragazzo irlandese non sia un caso isolato, ma anzi un episodio che si verifica piuttosto frequentemente, anche nel nostro paese.

A proposito della piattaforma Coping International, Vincent ha deciso di lanciarla nel dicembre 2014, come “risorsa online per i figli dei preti”. Tuttavia, ha aspettato 30 mesi, lasciando il sito online, prima di far diventare la cosa pubblica, grazie al Boston Globe, che se ne è occupato nell’inchiesta della serie Spotlight, intitolata Father, My Father, con il pluripremiato giornalista Michael Rezendes.

Proprio grazie all’inchiesta del vincitore del premio Pulitzer è stato possibile conoscere altre storie come quella di Vincent.

Ad esempio, quella di Jim Graham, che ha da sempre avuto un rapporto conflittuale con John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, da lui ritenuto suo padre. Solo nel 1993, dopo la morte dei genitori, sua zia Kathryn gli ha mostrato la foto di un sacerdote, dicendogli “Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre”. Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, e, poco tempo dopo la rivelazione della zia, Graham venne a sapere che la madre aveva tradito l’uomo che lui aveva creduto per molto tempo essere suo padre, proprio con Sullivan, “Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie“, ha detto Jim nell’inchiesta del Boston Globe.

Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

Anche Chiara Villar, che vive nella periferia di Toronto, in Canada, sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: “Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa“.

Maria Mercedes Douglas, mamma di Chiara, aveva incontrato Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta, senza sapere che fosse un sacerdote; nonostante lui, dopo aver confessato di essere un religioso, le promise di lasciare il sacerdozio, rimasta incinta si sentì rispondere che lui “non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa”.

Non penso che i miei genitori capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire”, ha spiegato Chiara, che negli anni successivi mantenne sempre un rapporto strettissimo con il padre.

In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, ‘Ok, Chiara, che Dio ti benedica’. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde.

Inneo si è ammalato di Alzheimer, e oggi non riconosce più la figlia che non ha mai potuto considerare pubblicamente come tale.