In bocca al lupo” è una locuzione augurale e apotropaica che spesso utilizziamo quasi senza accorgercene, tanto ne è intrisa la nostra quotidianità. Lo diciamo all’amica che si appresta a uscire con un nuovo partner che le piace, o a qualcuno che sta per iniziare un nuovo lavoro o alla vicina che deve sostenere un esame all’università. A chiunque lo diciamo e in qualunque situazione, il senso non cambia troppo: è come «buona fortuna» ma meno formale e spoglio di qualsivoglia ironia possiamo ravvisarci se, a dirlo, è una persona che non conosciamo bene e delle cui intenzioni non siamo certe. Ma quali sono le origini di quest’espressione?

Romolo e Remo

In bocca al lupo
Fonte: Pixabay

Una parte della storia di Roma narra di origini leggendarie a partire da due gemelli, Romolo e Remo, figli della sacerdotessa Rea Silvia e del dio Marte, che furono abbandonati in una cesta e accuditi da una lupa che, come fossero suoi figli, li tenne nella bocca. Quindi “in bocca al lupo” deriverebbe da quell’episodio, che però non è storia ma propaganda augustea. Sarebbe benaugurante perché i piccoli si salvano da una situazione potenzialmente mortale finendo proprio nella bocca dell’animale.

Tra le persone che hanno abbracciato una filosofia di vita cruelty free, si diffonde una piccola variante di quest’origine. Si prende in considerazione cioè che le lupe accudiscono i propri piccoli mettendoli in bocca. La risposta che ricorre in questi casi è: «crepi il cacciatore». Ma in realtà si tratta al momento di una leggenda metropolitana.

Un’abitudine marinaresca

In bocca al lupo
Fonte: Pixabay

Un’altra ipotesi d’origine si troverebbe nell’usanza dei marinai veneziani, che, al ritorno dalle loro rotte commerciali, scrivevano su una lavagna i nomi dei superstiti e delle provviste che rimanevano al termine del viaggio. Ebbene, il nome della lavagna era proprio «bocca di lupo».

A proposito di cacciatori

In bocca al lupo
Fonte: Il cacciatore

Non tutti rispondono allo stesso modo all’augurio «in bocca al lupo». Alcuni dicono «grazie», pensando a Romolo e Remo o alla presunta etologia relativa alle lupe cui facevamo riferimento poc’anzi. Molti altri rispondono «crepi». La risposta deriverebbe dal fatto che in antichità, quando i cacciatori partivano per la caccia dei lupi, per prenderne le pellicce, la loro azione dovesse essere molto ravvicinata. Cioè era pensiero comune che ci si dovesse trovare «in bocca al lupo». La risposta «crepi» sarebbe stata inventata quindi dai parenti dei cacciatori: la morte del lupo avrebbe rappresentato la salvezza del loro congiunto oltre a un’entrata economica.

Cosa dicono gli esperti della lingua

Anche l’Accademia della Crusca – l’organo massimo per la comprensione e l’approfondimento della nostra lingua – si è pronunciata sulla questione, ricorrendo a tanti dei nostri repertori linguistici, i dizionari che teniamo sempre sulla scrivania, a partire dal DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana), compilato da Manlio Cortelazzo e Pietro Zolli, che costituisce il primo strumento dei filologi.

Secondo la Crusca, si risponderebbe «crepi» anche indipendentemente dall’ambiente dei cacciatori dell’antichità. Secondo le credenze popolari, a partire dalle favole di Esopo e Fedro, ma anche cercando nelle fiabe come Capuccetto Rosso, il lupo viene dipinto come malvagio. La tradizione si è radicata sempre più trovando il suo apice nel Medioevo e non solo. L’edizione del 1612 del vocabolario della Crusca indica che il lupo sia «animal salvatico voracissimo». Nella terza edizione, vengono citati degli esempi tratti da scritti di Giovanni Boccaccio e Guittone d’Arezzo, in cui «in bocca al lupo» diventa metafora di «finire nelle mani del nemico» oppure «andare incontro a grave pericolo».

In molte altre lingue europee, il lupo è sinonimo di cattiveria o pericolo. Tuttavia la sensibilità moderna verso gli animali potrebbe, nel tempo, far declinare l’espressione con il senso che attualmente viene attribuito dalla Crusca. La lingua, si sa, è un organismo vivo: questo significa che l’uso può cambiarne anche le regole in corsa – ma non l’etimologia. Ma attenzione: questo accade solo se non ci sono forzature da parte nostra e se il processo è squisitamente naturale.

Articolo originale pubblicato il 25 Ottobre 2016

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