Ecologismo portato all’estremo… saluto

Si chiama idrolisi alcalina ed è la nuova frontiera della sepoltura perché, grazie ad una particolare tecnica di liquefazione dei cadaveri, permette di essere eco-friendly anche dopo la morte. Insomma, chi non ha rispettato l’ambiente in vita non deve preoccuparsi: potrà sempre rimediare dopo il trapasso.
Il merito è di una metodologia che dissolve le salme, immergendole in una soluzione di acqua e idrossido di potassio, portata ad alte temperature. L’effetto sul corpo sarebbe lo stesso causato dalla sepoltura nel terreno, con l’unica differenza data dal tempo, che passa da 15 anni a poche ore.
La pratica, comunque, non è certo una novità: l’idrolisi alcalina, prima di diffondersi rivoluzionando i metodi di sepoltura dei privati, è stata utilizzata per circa 40 anni per lo scioglimento delle cavie da laboratorio. È solo negli ultimi tempi, però, che la cosiddetta resomation è stata legalizzata in 12 stati degli Usa e 3 province del Canada, faticando comunque a prendere piede.

I numeri dell’impatto ambientale spiegano i vantaggi della bio-cremazione

Probabilmente non ci abbiamo mai pensato, ma i nostri cari estinti rappresentano vere e proprie bombe ecologiche. O, almeno, questa è la conclusione di una ricerca della Federazione europea dei servizi funerari, che ha sottolineato come un cimitero a inumazione rilasci le stesse sostanze tossiche di una discarica urbana. Responsabili dell’inquinamento risultano la formaldeide usata per l’imbalsamazione, i materiali delle bare non biodegradabili e i componenti sprigionati dalla decomposizione dei corpi.
Neanche la sempre più quotata cremazione sembra tuttavia in grado di minimizzare i danni ambientali: secondo Rosie Inman-Cook, direttrice di Natural Death, incenerire una salma implica liberare nell’aria circa 200 kg di CO2, mentre per l’Università di Melbourne a danneggiare l’atmosfera sarebbero ben 160 kg di gas serra. Gravi anche le conseguenze per il territorio: il 19 per cento del mercurio presente nell’ambiente deriverebbe infatti da errate pratiche di sepoltura e cremazione, che non smaltirebbero in modo adeguato le otturazioni dentali.

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Fonte: theguardian.com

Un confronto illuminante

Come si differenziano i diversi impatti ambientali conseguenti alle attuali tecniche di sepoltura? Per farlo capire ai profani la fondatrice dell’Ordine della Buona Morte Caitlin Doughty, autrice del bestseller Smoke Gets In Your Eyes e responsabile del fortunato canale YouTube Ask a mortician, ha scelto di utilizzare delle significative pietre di paragone: equiparando la sepoltura naturale ai viaggi in bicicletta, l’idrolisi a guidare un ibrido, la cremazione a condurre un Ford e la sepoltura tradizionale a trasportare un Hammer, la donna ha chiarito con esempi semplici ma efficaci  che chi sceglie la bio-cremazione fa sicuramente  qualcosa di utile, se non per lui, almeno per i posteri. Ma allora, perché la resomation sta provocando così tante polemiche?

Le obiezioni della Chiesa Cattolica

Le ragioni che fanno passare in secondo piano la mancanza del rispetto per l’ambiente  sono soprattutto di ordine morale e riguardano il modo in cui avvengono lo scioglimento e lo smaltimento delle salme. Dopo essere diventati un liquido color caffè, i corpi sono infatti destinati ad essere eliminati attraverso un impianto di trattamento delle acque reflue. Una sorte inaccettabile per la Chiesa, fermamente decisa a combattere una tecnica giudicata lesiva della dignità umana. L’ultimo round di questa battaglia risale al 2011, quando la Conferenza cattolica dell’Ohio ha ottenuto di rimandare la realizzazione degli impianti di smaltimento dei corpi, accampando la ragione che dissolverli in una tanica piena di sostanze chimiche, buttando ciò che ne deriva nella fogna, non è una maniera rispettosa di disfarsi dei resti mortali.

La risposta degli ambientalisti

Sicuramente non è facile trovare dignità nella decomposizione di un corpo. Anche molti sostenitori dell’idrolisi alcalina sono d’accordo: trasformarsi in un litro d’acqua di aspetto torbido e odore antisettico non è certo un destino decoroso. Ma c’è forse più dignità nella putrefazione della carne o nel bruciare per diventare un inerte pugno di cenere? La verità, secondo i supporter della morte ecologica, è una sola: niente può liberarci dalla nostra fine, ma nel nostro ultimo contatto con la Terra c’è ancora qualcosa che possiamo fare per il futuro. Possiamo scegliere che l’ultimo addio sia meno contaminate possibile. Perché, come sostiene la scrittrice María Yuste, morire distruggendo la natura che genera la vita è morire 2 volte.

 

 

Articolo originale pubblicato il 7 Luglio 2016

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