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Cosa "sente" il cervello durante il sonno? Ecco cosa dice la scienza!

Il nostro cervello non dorme davvero mai. Questa scoperta della scienza non esaurisce però tutti i misteri legati alla delicata fase del sonno. Non è chiaro, infatti, cosa sia in grado di apprendere e percepire "dall'esterno" la nostra mente mentre siamo addormentate. Una nuova ricerca ha fatto luce su questo aspetto. Vediamo insieme cosa è emerso.
Fonte: Huffingtonpost.com
Fonte: Huffingtonpost.com

Lo sapevate che il nostro cervello non è mai davvero a riposo nemmeno quando siamo addormentate? Questo è quanto emerge da un’interessante ricerca riportata su The Huffington Post. Ebbene sì, questa è una delle scoperte della scienza ormai appurate ma ancora avvolte da un certo alone di mistero. Non si conoscono, infatti, alcune implicazioni legate al meccanismo secondo il quale il cervello continua a mantenere un certo grado di controllo anche durante la fase più profonde del sonno, come la fase rem. Durante questa fase il sistema nervoso centrale, in particolare, la parte del cervello chiamata talamo, rimane all’erta e i muscoli scheletrici si bloccano per percepire pericoli e impedire incidenti. Un escamotage che nell’era preistorica, quando l’uomo viveva ancora nelle caverne, era utile a percepire la presenza di predatori e salvare così “la pelle”.  Ancora oggi, comunque, il cervello durante il sonno profondo da una parte ci isola dagli stimoli esterni, dall’altra, se sollecitato da alcuni tipi di richiami, rompe questo delicato meccanismo e ci catapulta immediatamente nella realtà, svegliandoci. Un esempio? Quando sentiamo pronunciare il nostro nome. Non sono ancora assolutamente chiare le dinamiche che portano a questo risultato, per questo motivo, come abbiamo detto sopra, questo aspetto del funzionamento del nostro organismo è ancora avvolto dal mistero.
Finora abbiamo parlato di “sonno profondo” e “fase rem”. Thomas Andrillon, neuroscienziato della École normale supérieure di Parigi, infatti, ha recentemente effettuato degli esperimenti su alcuni volontari determinando un elemento discriminante in questo meccanismo: lo stadio del sonno in cui la persona si trova.

I volontari che hanno accettato di partecipare all’esperimento in questione hanno passato una notte in laboratorio e la loro attività cerebrale è stata monitorata attraverso elettroencefalografia (EEG). Mentre si addormentavano, venivano sottoposti all’ascolto di alcune parole: quando sentivano il nome di un oggetto erano invitati a premere un pulsante con la mano sinistra, quando sentivano il nome di un animale, invece, dovevano premere un pulsante con la mano destra. Risultato? Il tipo di risposta cambiava in base allo stadio del sonno in cui le persone si trovavano. Durante la fase più leggera i partecipanti mostrarono sempre “preparazione motoria” (ovvero il loro cervello compieva mentalmente il movimento della mano per premere il pulsante), indipendentemente dal fatto che le parole ascoltate fossero nuove o già sentite. Durante la fase del sonno profondo (fase REM) i volontari continuarono a preparare mentalmente i movimenti per premere i pulsanti, ma solo nel caso di parole già sentite in precedenza.

Perché accade questo? Secondo gli scienziati che hanno condotto la ricerca, nella fase REM gli stimoli che provengono dall’esterno (nel caso dell’esperimento: le parole) rischiano di competere con quelli relativi ai sogni, dunque, vengono in parte schermati dal cervello. Nelle fasi più leggere del sonno, invece, è ancora in atto un’analisi piuttosto complessa degli stimoli esterni da parte della nostra mente.

Un’altra ricerca recente conferma questa tesi affermando che quando dormiamo in un ambiente sconosciuto, una parte di noi rimane vigile per tenere “sotto controllo” la situazione. Da queste prime risultanze è emerso, dunque, che quando ci addormentiamo il nostro cervello continua a percepire e anche elaborare le parole che sente, distinguendo facilmente “un gatto da un cappello”. Al risveglio dal sonno leggero, i volontari dell’esperimento non ricordavano quali parole avessero sentito, ma mostravano una diversa attività cerebrale quando sentivano nuovamente quelle parole. Da qui l’idea che ci fosse nella loro mente una  traccia, un ricordo di quanto avvertito durante il sonno.

Ma a cosa potrebbe essere utile una scoperta del genere? Sicuramente questa scoperta potrebbe avere delle ripercussioni interessanti per lo studio dell’apprendimento e del consolidamento della memoria. Si potrebbero, infatti, utilizzare le fasi di sonno più leggere per apprendere informazioni nuove o consolidare quanto appreso durante il giorno. Una maggiore conoscenza del funzionamento e delle differenze nelle tre fasi del sonno potrebbe consentire alla scienza di escogitare metodi per “manipolare” il nostro sonno per migliorare e ottimizzare i nostri tempi di inattività e di riposo.

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