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La tragedia di Beatrice Cenci nella Roma violenta

Lo sfondo è Roma negli anni a cavallo tra la fine del Cinquecento e l'inizio del secolo successivo: una realtà violenta e atroce, ricca di disordine e intrighi. Il racconto misterioso e accattivante intreccia la vita di Beatrice Cenci, papa Clemente VIII e i quadri di Caravaggio.
caravaggio1

Una delle vie più efficaci per capire la storia di una città è analizzare attentamente le opere d’arte: dietro ogni marmo o tela si nascondono misteri e segreti, vite straordinarie e veri e propri pezzi di storia abbandonati. Nell’Italia del Seicento, in particolare a Roma, fioriscono botteghe di artisti eccezionali. Michelangelo Merisi, conosciuto come il Caravaggio, inizia il suo percorso in quella di Giuseppe Cesari, detto “il Cavaliere”, e vi trova anche alloggio, benché si tratti, pare, solo di un pagliericcio collocato in un angolo. In un’epoca in cui la Chiesa cattolica, distrutta di fronte al dilagare delle confessioni protestanti, cerca di imporre un’arte idealizzante e fortemente ideologica, Caravaggio dipinge come se le crude verità della vita si rivelassero per la prima volta.

Quale Roma l’inquieto artista conobbe?

Corrado Augias descrive così la capitale alla fine del Cinquecento:

Era poco più di un villaggio attraversato dalle greggi e disseminato di maestose rovine. I palazzi principeschi levavano la loro mole su una distesa di casupole per lo più a due soli piani, edificate con materiali miseri, abitate da gente ancora più misera.

[…]

Compagnie rumorose, cene che andavano avanti a lungo tra lazzi e risa, scurrilità e sfide, in un’at

mosfera cameratesca che spesso nascondeva sentimenti aspri.

La sua è una Roma sporca di sangue e di barbarie: regnano i bordelli, gli omicidi e le urla strazianti nella notte. La bellezza classica è ormai svanita insieme agli alti valori, per lasciare spazio a una insolita desolazione. Tuttavia sappiamo dalle testimonianze degli auctores che in realtà Roma è una città turbolenta e pericolosa da sempre. Scrive Giovenale in una satira:

Chi esce di notte per andare a cena dagli amici, meglio che faccia testamento.

Beatrice in prigione, Guido Reni

Un’altra caratteristica della Roma seicentesca è la quantità di mendicanti che affollano ogni strada e ogni incrocio: si trattava di persone che vivevano di carità, zingari considerati “l’emblema stesso della miseria” o dell’imbroglio (erano anche ladri di bambini), oppure poveri pellegrini in cerca di qualche moneta per il viaggio di ritorno. In un’atmosfera soffocante e senza speranze emerge la figura di Filippo Neri, battezzato “Pippo bono” dal popolo per l’amore e la generosità che dimostra nel confronti dei bambini destinati alla delinquenza o alla prostituzione, bambini che come petali di fiore vengono raccolti dalle sue mani e nutriti di gioia di vivere.

In questo teatro sinistro non bisogna dimenticare le frequenti ed esagerate esecuzioni capitali che hanno luogo all’estremità di ponte Sant’Angelo, piazza del Popolo o in Campo de’ Fiori: il primo, in particolare, dal 1488 diventa il luogo per eccellenza dove vengono esposte le teste dei decapitati o dove vengono lasciati ciondolare gli impiccati a esecuzione avvenuta.

Sulla piazza di ponte Sant’Angelo,in data 11 settembre 1599 avviene una esecuzione memorabile e di tal importanza, in generale e per la vita di Caravaggio. Vengono messi a morte Beatrice Cenci, la sua matrigna Lucrezia e suo fratello Giacomo. Si conclude un caso criminale così misterioso da suscitare l’interesse di famosi letterati, quali Stendhal, Shelley, Dumas, Moravia. Al centro della vicenda c’è proprio lei, Beatrice, simbolo della ribellione giovanile contro la tirannia dei genitori, della donna oppressa che cerca ad ogni costo la sua indipendenza. La bella giovane era figlia di Francesco Cenci, uomo depravato e tirannico, di declinante fortuna economica. Sposato una prima volta a soli quattordici anni, mette al mondo dodici figli, sette dei quali arrivano all’età adulta. Rimasto vedovo, sposa Lucrezia Petroni, madre a sua volta di tre figli. Beatrice cresce con Lucrezia appena fuori dallo Stato pontificio, verso l’Abruzzo, e la reclusione è motivata dalla necessità dell’avido padre di dividere i figli e impedire che, coalizzandosi, attentassero alle sue quasi esaurite risorse. A guardia delle donne vengono assegnati un paio di servi, tra i quali il Catalano e Olimpio Calvetti, con il quale la giovane instaura una relazione ed elabora il piano di azione per uccidere il padre tanto odiato: una buona dose di vino oppiato e l’uomo sarebbe soffocato completamente. Qualcosa va storto però. All’alba del 9 settembre 1598 il cadavere di Cenci viene trovato con la testa spaccata nell’orto. A confessare tutto, prima di essere decapitato, è l’altro servo, il Catalano.

Racconta tutto per filo e per segno, di come le due donne vivessero in stato di ingiusta reclusione, delle angherie subite dal padre, dalle violenze patite, lasciando intendere che di Beatrice il padre avesse anche abusato sessualmente.

L’oppio non basta per addormentare Francesco e si procede all’ammazzamento che comporta uno spargimento di sangue considerevole (era una rovina lì nel letto che sfondò li materassi et la lana et macchiò tutte le lenzola). Nonostante gli inquisitori abbiano una confessione, Beatrice continua a negare, ma questa situazione dura ben poco. Interviene infatti papa Clemente VIII, che nell’agosto del 1599 emana un motu proprio con il quale autorizza il tribunale a torturare anche le due donne, ritenendole comunque colpevoli. Confessano i fratelli, Giacomo e Bernardo, e successivamente vengono torturati con una violenza barbara. La fine di Giacomo è la più atroce: già sulla carretta, nel tragitto dal carcere al patibolo, aveva dovuto subire la lacerazione delle carni con tenaglie incandescenti. Giunto il suo turno, viene prima stordito con un colpo di mazza e poi squartato. Beatrice viene prima appesa ad una corda con le braccia legate dietro la schiena e poi decapitata. Tale fu la violenza del colpo che per reazione nervosa le si alzò una gamba con tal furia che quasi buttò li panni in spalla. Muore una giovane donna che desiderava solo giustizia, desiderava la morte di un mezzouomo-padre che non solo non l’aveva amata, ma violentata ripetutamente e disprezzata a tal punto da pronunciare queste parole “Voglio che crepi qua su”, riferendosi alla rocca desolata in cui la bella Cenci era prigioniera.

In quella folla strabocchevole che assistette alla decapitazione di Beatrice c’era sicuramente Caravaggio, in compagnia di Orazio Gentileschi e della figlia pittrice Artemisia.

E’ probabile che durante il supplizio Caravaggio abbia osservato con attenzione il comportamento dei condannati, memore del consiglio di Leonardo ai pittori di studiare gli occhi dei sicari […] al fine di non esser manchevoli in nessun particolare in cui consiste la vita stessa della pittura.

orazio-gentileschi-giuditta-e-la-sua-serva-con-la-testa-di-oloferne

Non è un caso che sia lui che Artemisia abbiano poi dipinto lo stesso soggetto Giuditta che decapita Oloferne, rendendo in modo così reale e crudo il gesto omicida, con una grande effusione di sangue. Insieme all’amore, divino o carnale, Caravaggio raffigura spesso la morte o il martirio. fonte primaria è la vita dei santi, ma non solo: l’artista sembra trasferire sulla tela la realtà sporca delle sue esperienze vissute, ed ecco comparire il nero della notte, gli agguati, le teste mozzate.