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La Balena Felice e la Pink Whale contro Blue Whale, il gioco del suicidio social

Blue Whale esiste o si tratta solo di una notizia sensazionalistica montata ad hoc? Mentre cerchiamo di capirlo, sono nate iniziative volte a contrastare il disagio dei più giovani e ad insegnare l'amore per la vita: ecco la Balena Felice e le altre.
Fonte: web

Dalla Russia la notizia si è diffusa a macchia d’olio, finendo sulle prime pagine di molti quotidiani nazionali in diversi paesi, o nei servizi televisivi. Anche le Iene se ne sono occupate, con un servizio andato in onda il 14 maggio che ha destato scalpore e non poche perplessità.

Noi ne avevamo parlato recentemente, perché il terrificante fenomeno del Blue Whale, la Balena Azzurra, appare come una delle piaghe contemporanee più letali e atroci: corre sul Web, ordito da menti (e mani) invisibili, che necessitano solo di una tastiera da pc o di uno smartphone per coinvolgere in un terribile e macabro gioco pseudo-psicologico i giovanissimi, le vittime più facili, perché più insicure, più semplici da manipolare se colpite nelle loro tante incertezze adolescenziali, nel desiderio spasmodico di accettazione. Vengono trascinati in un vortice di orrore e di violenza, fino al gesto più estremo, il suicidio.

Ma quanto c’è di vero in tutto questo? Subito dopo la diffusione della notizia, infatti, diversi siti, soprattutto quelli molto attenti alle cosiddette bufale (tante) che circolano quotidianamente in rete, hanno provveduto a diffondere la contro-notizia, quello secondo cui il fenomeno Blue Whale sarebbe anch’esso un fake, una falsità che gira in Internet ormai da diverso tempo. I suicidi di questi ragazzini, però, sono tutti veri: se il Blue Whale non esiste, o almeno non ha l’ampiezza descritta dai media, come è possibile tutto ciò?

Cerchiamo di fare un po’ di ordine e di ripercorrere tutte le tappe della drammatica vicenda.

Cos’è il Blue Whale

Fonte: web

50 giorni; poco meno di due mesi in cui ai ragazzi attirati nel gioco del Blue Whale viene chiesto di superare, ogni giorno, delle prove diverse e terribili, che comprendono lo svegliarsi all’alba per andare sui tetti dei palazzi, il sottoporsi a maratone di film horror o musica deprimente o alla visione di filmati di gente che muore, per propria mano o perché uccisa, o l’infliggersi atti di autolesionismo con lamette, coltelli e tutto quanto possa procurare dolore. Fino all’ “esame” finale, in cui i curatori – così vengono chiamati i personaggi che reggono le fila dietro lo schermo del computer – chiedono alla vittima, ormai precipitata, presumibilmente, in un vortice di depressione irrimediabile, oppure portata a un delirio di onnipotenza, di andare sul tetto del palazzo più alto della propria città per lanciarsi nel vuoto. Di uccidersi, insomma.

Fonte: web

Così funziona il macabro Blue Whale, chiamato Balena Azzurra perché proprio questi maestosi cetacei sarebbero usi, talvolta, a suicidarsi andando a spiaggiarsi. Ma gli orrori che stanno dietro al gioco terribile, che sarebbe nato in Russia per poi, purtroppo, essere “esportato” anche in altri paesi, non si esauriscono – anche se sembra incredibile – al suicidio di coloro che vengono irretiti dai curatori, ci sono altri particolari che rendono la storia peggio della trama di qualunque film horror mai pensato: alle vittime viene chiesto infatti di filmarsi, o di farsi filmare da qualcuno, mentre spiccano il volo verso il vuoto, verso la morte. Insomma, tutti i suicidi sono stati ripresi, magari da amici venuti lì solo ed esclusivamente a quello scopo.

I genitori delle vittime, inoltre, quando ascoltati, hanno tutti fornito la medesima dichiarazione: i figli non mostravano nessun segno di depressione, erano allegri, vivaci, sorridenti come qualunque altro adolescente, insomma erano affezionati alla vita e nulla, davvero nulla, avrebbe fatto presagire la tragedia. Proprio da qui alcuni avrebbero sollevato i primi dubbi: possibile che da mesi se ne par­li e scri­va, sen­za che nes­su­no abbia mai mostrato un mes­sag­gio tro­va­to su­gli ac­count del­le vit­ti­me, una scher­ma­ta, un’app? Che nessun genitore abbia pensato prima a monitorare gli account social dei propri figli (si è parlato, in alcuni casi, anche di ragazzini di 13 anni, davvero troppo giovani per pensare che le madri lasciassero loro il controllo indisturbato dei propri profili)?

I dati relativi al Blue Whale parlerebbero, nella sola Russia, di ben 157 fra ragazzi e ragazze vittime del gioco, un numero elevatissimo: nes­su­no di loro ne avreb­be par­la­to con un ge­ni­to­re, con un in­se­gnan­te, con un amico. Tut­ti avreb­be­ro ese­gui­to gli or­di­ni sen­za fia­ta­re, mi­nac­cia­ti di ri­tor­sio­ni sul­la fa­mi­glia in caso di ab­ban­do­no. Tut­ti sa­reb­be­ro riu­sci­ti a infliggersi tagli e ferite e ad avere com­por­ta­men­ti aso­cia­li per qua­si due mesi, sen­za mai destare sospetti in nessuno, fino al ge­sto estremo. Ecco perché c’è chi ha sollevato più di una perplessità sulla veridicità delle informazioni propagatesi tramite stampa e Web.

Blue Whale: bufala completa o mezza verità?

Fonte: web

In un articolo pubblicato su famigliapuntozero.com, Andrea Angiolino parla del Blue Whale come di una notizia di cui, in real­tà, si discute da tem­po, una fal­sa no­ti­zia sen­sa­zio­na­li­sta dif­fu­sa­si tra il no­vem­bre 2015 e il mag­gio del 2016 in Russia, ma rilanciata poi anche da giornali stranieri, in primis dai tabloid scandalistici inglesi. A sostenerlo sarebbero l’av­vo­ca­to An­nie Col­lier di Net­Fa­mi­ly­Net.org e Geor­gi Apo­sto­lov, del Cen­tro Bul­ga­ro per un In­ter­net più si­cu­ro, che avreb­be mo­ni­to­ra­to il fe­no­me­no e lot­ta­to con­tro la dif­fu­sio­ne di que­sta notizia fake.

Lo stesso Philip Bu­dei­kin, accusato di essere una delle menti dietro il gioco, non è stato arrestato re­cen­temente come alcuni articoli hanno detto, ma il suo arresto risalirebbe al no­vem­bre 2016, e l’im­pu­ta­zio­ne a suo carico riguarderebbe l’i­sti­ga­zio­ne al sui­ci­dio di 15 ado­le­scen­ti, una cifra che, pur ridimensionata, certo non cambierebbe la gravità della situazione; tuttavia, Budeikin dice di aver semplicemente “sfrut­ta­to” al­cu­ni sui­ci­di già av­ve­nu­ti per creare sensazionalismo sui suoi siti attirando click. Le au­to­ri­tà rus­se sem­bra­no indubbiamente te­me­re che ci sia­no sta­ti pla­gio e sug­ge­stio­ni, da par­te degli adepti di Bu­dei­kin, ma non parlano affatto di Blue Whale, né di gioco.
Bu­dei­kin non è stato neppure messo sotto processo, per la mancanza di prove, e le presunte dichiarazioni sugli “scarti biologici” (si sarebbe riferito così ai ragazzi suicidatisi) non trovano in realtà nessuna corrispondenza fondata, essendo state lanciate da un sito russo di dubbia veridicità, tanto che cliccando sul link proposto appare solo un schermata che recita 404: Not Found.
Sono molti anche i siti specializzati nello smascheramento di bufale che si sono occupati del Blue Whale, fra cui Sno­pes oppure Bu­fa­le Un Tan­to Al Chi­lo, e c’è anche chi continua, invano, a cercare l’app di cui i media hanno più volte parlato.
Come detto poc’anzi, inoltre, sarebbe comunque piuttosto preoccupante pensare, anche laddove il gioco esistesse effettivamente, che nessun genitore, docente o amico delle vittime abbia avuto alcun tipo di sentore, che nessuno abbia visto tagli e ferite, che non siano stati notati cambiamenti di atteggiamento (eppure alcune delle prove richiederebbero espressamente di passare giornate intere senza parlare con nessuno) e che nessuno si sia preoccupato di controllare i social di questi ragazzi.
Di certo il problema non sta nei “numeri”: che siano 15 o 157, questi suicidi denotano comunque la presenza di un vuoto incolmabile e di alcune lacune, affettive, psicologiche, sociali, nei più giovani, ed è terribile.

La Balena Felice per rispondere al Blue Whale

Fonte: web

Mentre ancora persistono i dubbi sull’esistenza effettiva del Blue Whale, c’è comunque chi, saggiamente, ha scelto di correre ai ripari, promuovendo delle iniziative contro il gioco “della morte”; fra queste c’è la Balena Felice, ideata da Gio Evan, cantautore e scrittore italiano nato nel 1988, il quale ha inventato questo gioco elencando una serie di regole proprio con lo scopo di ricordare ai ragazzi la gioia di vivere.
In poche ore questo gioco, che dura 21 giorni, ha ottenuto migliaia di like e di condivisioni. Tra le regole, ad esempio, c’è quella di chiamare e ringraziare la propria madre, guardare un tramonto, sorridere ad almeno 7 sconosciuti, fare una passeggiata senza telefono e così via. Gio Evan, attraverso la condivisione di queste regole, intende sensibilizzare ovviamente i più giovani a “smuovere energia in maniera positiva”.

Un’altra iniziativa è quella del Pink Whale, un gioco nato in Brasile lo scorso aprile, che mira alla felicità di coloro che decidono di seguire le regole, articolate sempre in 50 giorni, che hanno però lo scopo di spingere le persone ad amare il prossimo, a regalare sorrisi e ad avere più autostima. Chiunque può partecipare alla Pink Whale, senza bisogno che gli vengano impartiti ordini, seguendo la pagina Facebook baleia rosa.

Insomma, che il macabro gioco russo esista o no, esiste certamente un disagio di fondo che attanaglia i più giovani, troppo spesso esposti a modelli preconfezionati da imitare, alla ricerca costante di accettazione per sentirsi “adeguati” al gruppo, a sfide che hanno il solo scopo di renderli “celebri” in rete o nella cerchia di conoscenti e amici; e occorre davvero fare tutto ciò che è in nostro possesso per infondere loro fiducia in se stessi, mostrare loro la nostra comprensione, la nostra vicinanza, fargli capire di non essere abbandonati alle proprie paure e di non avere alcun bisogno di cercare su un social ciò che possono e devono trovare nelle proprie case.