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Christa Wolf: la donna anima sottile e veggente

Per una volta lasciamoci trasportare dalla profondità e dalle parole di una delle scrittrici più misteriose dell'ultimo secolo: Christa Wolf. Attraverso il suo romanzo più celebre, Cassandra, si riscopre un messaggio modernissimo: è la storia della veggente figlia di Priamo, di Medea, di tutte le donne del mondo dell'antichità e della modernità.

Il rumore dei miei passi si disperde nella sala, enorme, freddissima.

L’eco mi riporta quasi a Micene.

Purtroppo non sto entrando in quel Palazzo, ma pur sempre in un palazzo mi trovo. Dieci sedie bianche, due attrici al microfono a provare le ultime battute, il silenzio negli occhi.

Sono poche le persone raccolte intorno ad Anita Raja. C’è chi la conosceva già, chi non sa nemmeno chi sia.

La cosa di cui tutti i presenti sono a conoscenza è che oggi si parla di una delle scrittrici più profonde di questo secolo: Christa Wolf.

È ormai scaduto un anno dalla sua scomparsa.

Tutte le donne della cultura greca raccontano una storia. Tutte.  Anche Penelope.

Christa Wolf è stata la prima Donna a capire le Donne.

Si è immersa in quel mare sconfinato dell’Egeo dei tempi antichissimi ed ha raccolto le lacrime di queste eroine dell’universo.

È proprio alla Raja che dobbiamo la scoperta dei suoi testi. E’ riuscita a sottolineare gli aspetti più importanti del suo pensiero e della sua storia.

Dal 1984 ha tradotto gran parte dei suoi scritti, ha “abitato” le sue parole diventando il messaggero tra la sua anima e il resto del pubblico.

Non bisogna dimenticare come sia particolare ed intimo il rapporto che si instaura tra traduttore ed autore. Per Anita è stata un’esperienza di arricchimento: il lavoro di verbalizzazione agisce sul pensiero e lo potenzia.

Parlare di Christa Wolf significa parlare di Donne: è importante ricordare come abbia dato una forma letteraria “alta” al Femminismo.

Ha tradotto questa sua formula nella politica del quotidiano: non si può scrivere la Storia senza conoscere la preziosa vita di tutti i giorni. Bisogna  entrare nell’anima dei personaggi, riportare alla luce il flusso dei pensieri, le contraddizioni del cuore, la forza inconscia, l’amore.

La Wolf non soltanto è una innovatrice dal punto di vista ideologico, ma è nella  sua narrazione che si riscontra la “rivoluzione”.

Si parla infatti della grammatica delle relazioni intime ed istantanee.

Non porto nel cuore la Wolf solo perché è una grandissima conoscitrice del mondo classico.

Christa Wolf è soprattutto Donna.

La sua biografia prende corpo nelle suo opere, dalle quali emergono una forza prorompente, una razionalità unica ed una spiccata tendenza alla introspezione.

L’esperienza del Nazismo è fondamentale per capire il suo messaggio: abituata a “non vedere”, abituata all’autocensura, dopo la caduta  e la crisi del regime la scrittrice tedesca acquisisce uno sguardo nuovo.

Il cielo diviso (1963) e Mutamento di prospettiva(1970) sono i due “romanzi chiave”: dal primo si evince che la storia non ha affatto un andamento lineare né regolare.

Sono presenti flashback, intrecci, visioni. La cosa più “sconvolgente” è che quello che dovrebbe essere l’eroe è  una figura piena di dubbi. Emerge sulla scena il tipico personaggio novecentesco: il non-eroe.  La Wolf è maestra nel trattare il tema della soggettività e dell’indagine psicologica.

E se quando si parla di Wolf si parla di Donne non si può non parlare di un Io femminile che vuole giungere ad un’ identità riconosciuta. La sua personale lotta letteraria (e non solo) è la ricerca di un humus materno in grado di tutelare l’uomo.

Chista Wolf  “incrocia” il Femminismo alla fine degli anni ’70: è in contatto con i maggiori intellettuali europei e decide di affrontare alcuni temi tabù sino ad arrivare a Cassandra.

È il suo romanzo più famoso, è la storia vincente che proprio in Italia ha avuto un’ enorme fioritura editoriale.

Coerentemente ai cambiamenti di prospettiva e ai conseguenti mutamenti narrativi novecenteschi si inserisce  in quella schiera di romanzi di formazione.

Al centro della storia vi è  Cassandra, figlia veggente di Priamo, che da una infanzia di “cecità” arriva alla consapevolezza, alla coscienza delle cose. La Wolf nelle sue interviste parla di un passaggio: da cecità subalterna a veggenza ribelle.

Non volevo il mondo così com’era, ma volevo ser­vire devo­ta­mente gli dèi, che lo domi­na­vano: era una con­trad­di­zione den­tro il mio desi­de­rio. Mi con­cessi tempo, prima di accor­ger­mene, mi sono sem­pre con­cessa tempi di par­ziale cecità. Diven­tare tutt’a un tratto capace di vedere – que­sto mi avrebbe distrutta.

Cassandra vede, vede la realtà, vede l’essenza delle azioni, vede soprattutto con gli occhi di un individuo riconosciuto da se stesso. Vedere significa vedere oltre le cose.

Vedere significa non subire più il pensiero dominante. Vedere significa parlare con la voce di un realismo sconfinato, che sa di umanità, di coerenza e di razionalità pungente. Dal punto di vista letterario c’è il problema di lavorare su un doppio piano, quello dell’anamnesi e contemporaneamente riferirsi alla situazione presente.

Cassandra parla con la voce di Christa, e Christa scrive con il cuore di Cassandra.  Anche alla fine, con quell’ “io resto” attualizzante, le due voci si compenetrano impercettibilmente.

Cassandra è Donna non tanto perché decide di contrapporsi ai “maschi” del Palazzo o alla Pòleis, quanto perché si riconosce come individuo e vuole smascherare la realtà. Cassandra è Donna perchè sa vedere il buio.

Voglio vedere questa luce ancora una volta. La luce che vedevo in compagnia di Enea. La luce dell’ora che precede il tramonto. Quando ogni oggetto comincia a brillare autonomamente e a porre in risalto il colore che è suo. Enea diceva: per riaffermarsi ancora una volta prima della notte. Io dicevo: per consumare fino in fondo ciò che resta della luce e del calore e poi accogliere il buio e il gelo dentro di sé.

 

L’altra Donna di cui vorrei parlare è Medea.  Tra Cassandra e Medea passano circa dodici anni.

Cade il Muro di Berlino.

Gli anni che seguono (in particolare fino al ’96) si tingono di un nichilismo cupo. La sua posizione si è fatta critica. Significativi sono i suoi scritti:  Che cosa resta (1979) doveva essere pubblicato tempo prima, ma in esso solo ora può confessare di esser stata spiata.

La Wolf è definita “poetessa di Stato”. Medea si inserisce perfettamente in questo nuovo clima: se Cassandra alla fine del romanzo riacquista una visione autonoma, Medea sa già tutto.

Nelle righe finali del romanzo dire  significa addirittura maledire. Tutto si conclude anche qui con un gesto di estrema negazione: la morte. Anche lei, malgrado la sua disperazione, contiene un messaggio di vita.

La vita, quella che per la Wolf era necessaria per capire il proprio ruolo nel mondo, per far valere il proprio messaggio, per essere testimone di qualcosa.

Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.

Vivere significa scegliere di vedere. Vivere è una scelta.