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Cara Mimì, fossi viva ti uccideremmo ancora

Oggi, 20 settembre 2017, Mia Martini avrebbe compiuto 70 anni.

“Era serena”, diranno.
Era il 14 maggio 1995 quando ti trovarono nel tuo appartamento in provincia di Varese.
“È morta da 48 ore”, stabiliranno. Stando alle loro informazioni, le ultime note nelle tue orecchie hanno smesso di suonare nelle cuffie del walkman che portavi ancora addosso il 12 maggio 1995.

Ma cosa ne sanno loro, cosa ne sappiamo noi di te?

Sono Mimì, sono di Bagnara Calabra, abbiamo un sole noi che ci fa le radiografie appena nati. Gli odori, i colori della natura nella mia terra sono forti e violenti anche nell’animo umano. Odio essere un idolo, che male ho fatto per essere un idolo? Perché non posso essere una persona normale?

Hai risposto il 29 ottobre 1994, qualche mese prima di morire, al giornalista Gabriele Bojano che ti chiedeva “Chi è Mia Martini?”.

Ma quale sole, quale colori?
Gli altri avevano deciso che tu non avevi colori, se non il nero. Quello dei tuoi capelli, dei tuoi occhi, quello dei tuoi pensieri quando la chiacchiera del “Mimì porta jella” divenne così opprimente da non poterne più ridere, insostenibile al punto da dover abbandonare la musica e le scene.

Mia Martina e i suoi colori

Quella storia della sfiga, l’etichetta volgare e vigliacca che le appiccicarono addosso come fosse un prodotto da bancone del supermercato, la umiliava e la feriva

Scriverà tua sorella Loredana nell’autobiografia Traslocando.

Il pretesto fu quell’incidente d’auto nel 1972, giusto all’inizio del tour promozionale di Oltre la collina, in cui morirono due dei componenti della band Free Love che ti accompagnava.
La chiacchiera divenne tam tam e, in quell’ambiente sguaiato e competitivo che è lo spettacolo, si alimentò della superstizione degli ignoranti e della furbizia di chi ci vide un ottimo modo per farti fuori.

Per fortuna, per noi, rispondesti al richiamo della musica e tornasti in quel Sanremo del 1989 in cui Jovanotti cantava “No Vasco, no Vasco, io non ci casco”. Tu probabilmente non avresti potuto fare altro, noi, diversamente, non avremmo Almeno tu nell’universo (e neppure La nevicata del ’56 o Gli uomini non cambiano). Era di nuovo il successo. Il pubblico aveva di nuovo il suo idolo, reso più affascinante dal senso di una resurrezione cui si assiste in diretta Eurovisione e, evidentemente, a qualcuno nello star system faceva comodo tu fossi di nuovo nel posto che ti spettava.
Tu lo sapevi, ma quella era un’occasione anche per te.

Sono una che vuole la verità, che odia il romanticismo, non sono sentimentale, detesto tutto ciò che è finto a parte la tv che mi diverte.

Dicesti in quell’intervista pochi mesi prima di morire. Hai provato, ancora una volta, a spiegare chi eri:

Ma è sbagliato, è sbagliata l’immagine che arriva di me. Tutti mi definiscono “la grande interprete”, i cantautori mi dicono “questa canzone l’ho scritta apposta per te, solo tu la puoi cantare”. Ma nessuno si è mai chiesto: sarà adatta alla Martini? Io sono innamorata della musica etnica e invece mi toccano cose orrende, masturbazioni mentali o virtuosismi vocali. Una noia mortale.

Aveva ragione Francesco De Gregori quando te ne andasti per la prima volta dalle scene e ti dedicò, come una lettera d’amore e una profezia insieme, Mimi sarà. Aveva ragione quando cantò di te

e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.

Tu lo dicesti che aveva ragione e scegliesti di metterci anche Mimi sarà in La musica che gira intorno, quel disco di cover amate del 1994 che, più che un testamento, come tutti dicono, ha l’aria dell’estremo tentativo di spiegare chi è Mimì.

Non “Martini”, come decise Alberigo Crocetta, proprietario del Piper, cercando “un nome italiano riconoscibile nel mondo” per produrti, non “Mia, “come la cantante Mia Farrow”, come volesti tu. Solo Mimì, quel vezzeggiativo con cui ti sei sentita chiamare sin da piccola dalla tua gente e dalla tua famiglia, con cui, del resto, non furono tutti vezzeggiamenti e carezze.

Il provino in RAI di Mia Martini

Giovanile ma banale.

Furono le prime parole che scrissero di te, nel 1964, quando arrivasti in RAI per un provino.
Strano come le cose preziose possano brillare senza che nessuno se ne accorga. Strano come, ancora oggi, Mimì, nonostante tutto, non sappiamo chi tu sia.

Ci stupiamo quando chi ti conosceva bene come Ivano Fossati o Renato Zero ti dipingono come entusiasta o gioiosa, amiamo i tuoi virtuosismi vocali, le masturbazioni mentali e quelle cose orrende che ti annoiavano a morte.
Il nostro modo di amarti è quello di venerare un idolo.

La verità è che se anche ci fosse l’assurda possibilità di riportarti qui non te la faremmo suonare neppure oggi la tua musica etnica, non ti faremmo indossare i colori forti che ami. Vorremmo vederti interpretare, ancora, ciò che abbiamo deciso che sei.
La tua presenza sarebbe contesa dai talk show, ospite speciale per sezionare in diretta tv il dolore di una vita, tu ti negheresti e altri lo farebbero al posto tuo. Sarebbero gradite le tue lacrime in primissimo piano, con il trucco che si sgretola. Sui social le tue espressioni di puro sentire diventerebbero meme virali e, di sicuro, quella storia della sfiga avrebbe almeno una pagina Facebook per dare voce alla trivialità e alle nefandezze più perverse.

Quando il mondo si accorge di anime come la tua, Mimì, ne è attratto irrimediabilmente, ma non sa come toccarle.
In genere le mette in una gabbia e ne fa l’attrazione principale dello zoo; se non ci riesce o quando si stufa prova a sporcarle per vedere se riesce a somigliare loro almeno un po’.

Se fossi viva, Mimì, ti uccideremmo ancora. 
“Era serena”, scriveremmo poi.