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Le spose bambine che "spariscono" dalle scuole italiane

Un'inchiesta choc porta alla luce la drammatica realtà delle spose bambine di Palermo: costrette dalla famiglia a matrimoni combinati, spariscono improvvisamente da scuola per essere mandate all'estero, per diventare mogli di uomini sconosciuti e molto più anziani di loro.
Fonte: web

Ogni anno, nel mondo, circa 15 milioni di matrimoni hanno per protagonista una minorenne, e una volta su tre, ovvero in cinque milioni di casi, si tratta di una bambina che ha meno di 15 anni. I dati, raccolti da Onu, Save the Children, Unicef e Terre des Hommes e pubblicati in un rapporto del novembre 2016 descrivono un quadro generale inquietante il quale, a sua volta, rappresenta la testimonianza più vivida e atroce della persistenza di culture e tradizioni dove i più basilari e fondamentali diritti umani sono calpestati.

Costrette in una società ancora prettamente di stampo patriarcale e – nemmeno a dirla – maschilista, queste ragazze, decisamente al di sotto della maggiore età, sono considerate alla stregua di un oggetto di scambio, di un’opportunità commerciale con cui la famiglia, tramite un provvidenziale matrimonio combinato, può garantirsi un’ottima rendita. Inutile dire che le nozze cui sono obbligate comportano tutte le devastanti conseguenze del caso,  con bambine e ragazzine che spesso non sopravvivono alla prima notte di nozze, sono soggette a violenze domestiche e a gravidanze precoci. 70.000 le ragazze, tra i 15 e i 19 anni, del rapporto 2016 di Unicef, che muoiono a causa di complicazioni durante la gravidanza e il parto, mentre le bambine sotto i 15 anni hanno probabilità 5 volte maggiori di morire durante la gestazione rispetto alle donne tra i 20 e i 29 anni.

La verità, però, è che spesso siamo troppo portate a pensare che questa realtà, per quanto brutale e orribile, sia ben lontana da noi, dal nostro paese democratico rispettoso dei diritti civili individuali, dalle nostre sicurezze morali ed etiche.

Ma sbagliamo.

L’inchiesta condotta recentemente dalla sezione palermitana di Repubblica porta alla luce una realtà sommersa e drammatica, che è appunto quella delle spose bambine di Palermo: ragazzine, che spesso non arrivano neppure all’adolescenza, originarie di altri paesi ma nate e cresciute nel capoluogo siciliano, che spesso – troppo spesso- spariscono all’improvviso da scuola, dalla città, dagli amici.

Incastrate fra la loro quotidianità “occidentale” e i rigidi crismi imposti dalla cultura del paese di origine, queste bambine vengono, loro malgrado, coinvolte in matrimoni  combinati per cui, un giorno, sono spedite all’estero, probabilmente proprio nel paese da cui la famiglia proviene, per sposare un uomo già scelto dai genitori, generalmente molto più anziano di loro, che neppure conoscono, o hanno visto a malapena in fotografia.

Non hanno voce, non hanno possibilità di scelta: sono incatenate a un sistema che ostinatamente riesce ad andare avanti, a prolungarsi nel tempo e a sopravvivere anche in un paese straniero, come il nostro, dove i diritti inviolabili dell’infanzia rientrano tra le priorità assolute dello Stato.

Sono originarie del Bangladesh, del Pakistan, di etnia rom; le loro storie, che altrimenti rimarrebbero nascoste nell’omertà compiacente della loro comunità di appartenenza, sotterrate da anni e anni di tradizioni arcaiche dure a morire, sono state portate alla luce da uno dei casi più recenti, quello di una dodicenne rom che, proprio per sfuggire al matrimonio combinato dalla sua famiglia con un parente in Francia, ha deciso di scappare dalla casa dei suoi genitori, nel centro storico di Palermo.

Se, infatti, al campo rom alle porte dello stadio della Favorita tutti i minorenni sono tenuti d’occhio dagli operatori dell’Ufficio scolastico regionale, la stessa vigilanza purtroppo non può essere assicurata alle bambine che vivono altrove con le famiglie, in cui spesso il matrimonio combinato è la prassi. Ecco perché è così difficile quantificare e dare una dimensione esatta al problema, che comunque resta complesso e particolarmente delicato da risolvere anche per le stesse associazioni che se ne occupano, soprattutto perché frequentemente sono le stesse bambine protagoniste a trincerarsi nel silenzio, per paura di essere abbandonate dalla famiglia di appartenenza, o dall’intera comunità di origine.

Alcune trovano la forza di raccontare il loro dramma, altre tacciono – spiega Enrica Salvioli, operatrice psico-pedagogica dell’Ufficio scolastico regionale – Di certo una strada da seguire è quella del dialogo con le loro famiglie. Le giovani migranti vivono molto questa sofferenza.

Le fa eco Alessandra Notarbartolo, coordinatrice del centro antiviolenza 21 Luglio, che spiega proprio quali sono le conseguenze terribili a cui le ragazzine “ribelli” possono andare incontro:

Non è facile che queste ragazze si ribellino alle loro famiglie. Direi che è quasi impossibile. I casi che abbiamo seguito spesso non hanno avuto un lieto fine. Se la violenza contro le donne è sommersa, quella che coinvolge queste ragazze è sepolta. Denunciare per loro significa isolamento totale.

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