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"Ho picchiato le mie compagne per anni. Ecco come ne sono uscito"

Ex uomini violenti che decidono di chiedere aiuto per cambiare e tornare a essere persone "normali". È possibile che il "mostro" si penta davvero dopo anni di botte e offese? Ecco due storie di ex uomini violenti che si sono rivolti a centri ed associazioni per avere un sostegno.
Fonte: web

I numeri delle donne vittime di abusi domestici, di violenza fisica o psicologica e di maltrattamenti che avvengono fra le mura che dovrebbero essere “amiche” hanno proporzioni inquietanti e la gravità del problema è sotto gli occhi di tutti.

Ma, se spesso si sottolineano gli episodi in cui la vittima ha paura di denunciare il suo aguzzino alle autorità, per il timore di ritorsioni o solo per l’imbarazzo di dove raccontare la terribile verità, difficilmente comprendiamo che lo stesso sentimento di vergogna possa appartenere anche a chi della violenza è colpevole.

Per carità, non esistono giustificazioni di nessun tipo per una persona che si macchia di abusi e maltrattamenti verso un partner, un figlio o una madre; non ci sono motivazioni che riescano ad attenuare in alcun modo la gravità della sua posizione, né si può pensare ai carnefici in termini di vittime, mai. Eppure, non sono pochi gli uomini con un passato di violenza alle spalle che si pentono di  quanto fatto e cercano il coraggio, la forza per uscirne, per raccontare tutto e per farsi aiutare. Sono pochi, certo, rispetto a quelli che vivono serenamente con la propria coscienza e anzi meditano vendette nei confronti delle compagne che hanno deciso di parlare, ma ci sono, e abbiamo ritenuto giusto raccontare la loro prospettiva. Perché sia di esempio, perché aiuti a sensibilizzare tutte le parti coinvolte in odiose vicende di questo tipo, le vittime affinché non indugino nel denunciare,  e gli aguzzini, affinché comprendano che esistono associazioni, centri, enti che possono effettivamente recuperarli, allontanandoli per sempre dal percorso di violenza che hanno intrapreso.

Abbiamo raccolto le storie di due ex uomini violenti, con nomi di fantasia, raccontate da TPI, per capire dove è nata la loro natura violenta e quando, finalmente, hanno compreso che fosse la strada sbagliata.

Gaetano: “La violenza è tutto quello che ho sempre visto”

Fonte: web

Gaetano ha 40 anni e vive in Romagna, in un comune vicino Forlì. Negli anni ha avuto comportamenti di violenza fisica, verbale e psicologica soprattutto contro ex compagne e fidanzate, ma anche nei confronti dei genitori, di amici e persino di sconosciuti. Le origini del suo atteggiamento violento le ritrova proprio nel contesto familiare, dove ha subito le stesse cose che poi, più tardi, ha inflitto alle ex compagne.

L’80-85% degli episodi erano rivolti contro le mie compagne – racconta – Il mio alzare le mani, nella fattispecie, era schiaffeggiare. Cioè quello che avevo a mia volta ricevuto. Schiaffoni, scappellotti dietro la nuca, qualche calcio. Mai pugni nel viso. Perché di fatto pugni nel viso non ne ho mai ricevuti.
Ero forse molto più violento psicologicamente che non fisicamente. Parlo di sottomissione, costrizione, imposizione. Il mio ultimo rapporto è finito non tanto per gli schiaffoni. Sicuramente quelli hanno contribuito, però ha influito molto la pressione psicologica.

Gaetano infatti si arrabbiava se la sua fidanzata non rispettava gli orari che lui le aveva imposto per tornare dal lavoro; quello era il motivo scatenante della sua furia, che però non dipendeva dalla gelosia, ma dagli insegnamenti ricevuti. Poi, però, come fosse provvisto di una doppia personalità, dopo la scenata Gaetano si placava, tornava a essere il ragazzo buono e mansueto di sempre.

Una volta la mia ex fidanzata mi disse: ‘Finita la sfuriata, la discussione, il problema, ero quasi contenta. Non solo perché era finita, ma perché sapevo che tu per due o tre giorni eri tranquillo, un agnellino’. Questo perché ti fai schifo. Hai tre giorni in cui sai le cazzate che hai combinato. Quindi per tre giorni c’è la tregua. E questo è esattamente quello che succedeva nella mia famiglia: per due o tre giorni andava bene tutto, anche quello che magari non andava bene la settimana prima. Oggi questa cosa la capisco, prima no. Ma credo che valga per tutti.

E sostiene che la violenza psicologica sia persino peggiore di quella fisica.

Le violenze psicologiche sulle donne avvengono all’ordine del secondo. Lo dico perché io oggi vedo e ascolto, e vedo e ascolto in un’altra maniera. La gente non si rende conto, pensa che la violenza sia solamente alzare le mani, ma quella psicologica distrugge ancora di più degli schiaffoni. Quelli fanno male lì per lì, il resto invece rimane dentro e da estirpare non è facile a una persona a cui hai massacrato la testa. Alcune delle mie ex fidanzate si sono rivolte a qualche psicologa. In alcuni casi le ho spinte io, pur sapendo che mi avrebbe giocato contro.
Mentre la violenza psicologica non si vede, e quindi chi ne è autore non sempre comprende di mettere in atto un atteggiamento violento, di quella fisica ti rendi sempre conto. Nel mio caso avevo sempre due problemi quando la facevo. Avevo il problema di ciò che avevo fatto e il problema con me stesso. Dopo aver usato la violenza stai male, sei una persona spaccata a metà.

Non è sempre vero, dunque, che l’uomo violento non sia consapevole di ciò che ha fatto; quasi tutti avvertono il senso di colpa dopo un abuso, spesso è proprio ciò che convince le donne a restare in casa e a non denunciare. Sono convinte che sia pentito, che le cose cambieranno, che non capiterà più.
Invece poi ricapita.
Gaetano, però, per fortuna ha raggiunto il punto in cui ha capito che doveva farsi aiutare.

Questa è una cosa che deve venire fuori. La gente pensa di essere Superman, invece deve capire che se sta male è il momento di farsi curare. Non che è sufficiente star male quei tre giorni e poi basta. I momenti in cui ti senti male devono fare in modo che tu prendi coscienza del tuo problema e vai.
Quando mi trovavo insieme a persone che parlavano di episodi di violenza, anche se magari loro non sapevano nulla di me, io restavo in silenzio e dentro marcivo di dolore. Oppure quando al telegiornale parlavano di episodi di natura violenta – e ne parlano spesso – venivo ferito continuamente perché so come funzionano queste cose.
Mi facevo schifo, volevo sentirmi a posto in mezzo alla gente, alla società, volevo essere uguale agli altri, non diverso.

Gaetano ha perciò deciso di rivolgersi al Centro per il trattamento di uomini maltrattanti (Ctm) di Forlì. Sono più di 15, infatti, sparsi in tutta la penisola, nati proprio per dare ascolto e aiuto agli uomini responsabili di atti violenti, per aiutarli a uscirne, tramite un percorso di psicoterapia e consulenza. Quello di Forlì è uno dei pochi centri privati in Italia, ma sin dalla sua costituzione, nel 2012, si è interfacciato da subito con la rete Irene, che associa tutti i soggetti pubblici che si occupano di violenza domestica per quanto riguarda la presa in carico e la consulenza nei confronti di chi la subisce, e, in particolare, con il Centro Donna di Forlì.

Avevo la necessità di essere una buona persona, cosa che penso di essere in realtà – dice Gaetano – al di là degli errori che ho fatto nella mia vita. Ho deciso di reagire in maniera forte, energica, di andare a chiedere aiuto. Sono andato e non ho quasi mai saltato una seduta, se non per motivi di lavoro o di necessità. Ho sempre mantenuto il mio impegno.

Ogni anno il centro di Forlì si occupa di circa una trentina di casi di uomini. Spiega Michele Piga, referente del centro, a TPI:

La nostra difficoltà è spesso legata alla motivazione che spinge chi si mette in gioco rivolgendosi a noi.
Inizialmente gli uomini sembrano essere spinti da motivazione sincera, ma spesso gli operatori scoprono che la vera ragione per cui si rivolgono loro ha poco a che fare con il voler controllare la propria tendenza alla violenza, ma è una motivazione indiretta. Talvolta dietro c’è la raccomandazione da parte di un avvocato, affinché, data una serie di procedimenti legali già avviati, l’uomo si faccia vedere ben disposto, altrimenti rischia, ad esempio, di perdere la possibilità di vedere i figli. Spesso perciò gli operatori devono cercare la vera motivazione, in modo da gettare fondamenta solide per questo percorso. E senza una vera motivazione al cambiamento è difficile avere un percorso efficace.

Nel caso di Gaetano, però, le cose per fortuna sono andate diversamente, perché lui era davvero motivato a cambiare, spezzando la catena che lo teneva legato agli insegnamenti ricevuti. Si definisce “felicemente single” e spiega di aver inventato un “salvavita” per gestire la rabbia.

È un interruttore che quando ci sono determinate situazioni, per me pericolose, lui magicamente interviene. Fa saltare la corrente e fa sì che non si brucino gli elettrodomestici. I primi giorni rimanevo stupito, oggi non me ne rendo neanche più conto. Ci sono altre strade, tra cui quella della ragionevolezza. Non è per forza obbligatorio farsi rispettare usando la violenza fisica o mentale. Io ho riconosciuto in pieno il mio disagio. Proprio perché non sono scappato, proprio perché l’ho affrontato in questi termini anche con delle persone, anche di sesso femminile, sono riuscito ad avere dei risultati quasi eccellenti.

Paolo e la violenza che ha distrutto la sua famiglia

Fonte: web

Paolo e la sua – ora ex – compagna convivevano da tempo insieme e hanno anche due figli adolescenti. Lei già in passato si era rivolta a un centro antiviolenza; lui lo sapeva, anche se lei non glielo aveva mai detto direttamente.

Non sono mai arrivato a ferirla o a rendere necessario l’intervento dei medici del pronto soccorso – spiega – Le mie aggressioni erano verbali, ma ci sono un sacco di sfaccettature nella violenza. Ci siamo spintonati, è successo anche che ci ‘strapazzassimo’ un po’ a vicenda, però mai per fortuna delle cose particolarmente gravi.

Paolo aveva comunque deciso di farsi aiutare, dopo aver scoperto dell’esistenza del Ctm su Internet; ma dopo un anno ha abbandonato il percorso terapico. È tornato dopo aver definitivamente mandato all’aria la sua relazione.

Pensavo di doverci arrivare da solo, che fosse una cosa che potessi e dovessi far scattare dentro di me – dice motivando le ragioni del suo primo abbandono – Ma evidentemente non è così semplice e ho ripreso da tre o quattro mesi.
La relazione è finita dopo una litigata abbastanza importante, dopo un’esternazione violenta, lì ho capito che era il caso di riprendere in mano la situazione.

Anche perché l’atteggiamento violento aveva minato persino il rapporto con i figli, ora ripristinato.

Abbiamo avuto dei momenti, sempre conseguenti a questi episodi e anche per dei periodi abbastanza lunghi, in cui i rapporti si erano interrotti. Ma attualmente vedo i miei figli regolarmente senza nessun problema.

Paolo ora vede il responsabile del Ctm settimanalmente per le sue sedute di psicoterapia. Una delle condizioni che gli sono state poste è di dare continuità al lavoro; inoltre usa la tecnologia per mandare dei messaggi vocali al suo referente nel corso della settimana, per raccontare o appuntare le sue riflessioni e il suo stato d’animo, che poi vengono ridiscussi durante la seduta seguente.

Come tutti i percorsi psicologici non è un pulsante che accendi o spegni. Loro come indicazione danno un periodo di almeno un anno quindi io ho ancora un po’ di strada davanti. Però sì, dei benefici li comincio a vedere. Cerco di mettere in pratica quello su cui lavoriamo, quelli che sono i pensieri che facciamo insieme, e qualcosa si muove nella consapevolezza e poi anche nella pratica cerco e mi sembra di gestire un po’ meglio le situazioni.

Non riesce a smettere di pensare che la violenza sia stata una causa importante nella sua separazione.

Poi ci sono altre cause di motivo caratteriale. Però continuo a pensare che questo ha avuto un ruolo cruciale, come lo ha per certi versi anche nel confronto con i miei figli, quindi è anche un atteggiamento che io sto provando a cambiare proprio in generale.
Il danno nei rapporti e nella relazione con le persone più vicine è stato ed è pesantissimo. Per cui consiglio di rivolgersi a degli specialisti, che sia il Ctm o un altro percorso. Farsene carico è basilare.

La cosa su cui riflettere di più, rispetto al pensiero di questi uomini che per fortuna hanno chiesto aiuto e alla loro volotà di cambiare, però, la dice Gaetano:

Ci vuole impegno e sacrificio, e voglia di rispettare il prossimo. Le nostre compagne, i compagni, i genitori, noi stessi prima di tutto, perché prima veniamo noi. Perché, ripeto, poi stai male. E se stai male non sei una persona utile.