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Cos'è Sarahah, l'app di cui tutti parlano e perché può essere pericolosa

Ne avrete sentito sicuramente parlare: Sarahah è l'ultima grande novità in fatto di messaggistica istantanea e anonima. Ma nasconde molti pericoli e rischi, proprio legati alla possibilità di rimanere completamente ignoti.
Fonte: web

Ormai siamo abituate a sentir parlare di app, ecco perché l’entrata in scena di Sarahah non ci ha sorprese più di tanto; dato che ormai le grandi multinazionali e le aziende di software sfornano applicazioni per smartphone praticamente per ogni cosa,  alcuni hanno pensato che Sarahah fosse l’ennesima dedicata alla messaggistica istantanea, alla pari di Messenger o WahtsApp.

Ma sbagliavano, perché Sarahah, se è vero che presenta le caratteristiche tipiche delle app dedicate allo scambio di messaggi, ha anche peculiarità tutte sue che, onestamente, non presentano solo lati positivi.

Prima di tutto, Sarahah nasce in Arabia Saudita nel 2016, lanciata dal ventinovenne Zain al-Abidin Tawfiq, sotto forma di software per le aziende che avrebbe dovuto permettere ai dipendenti di poter fornire contributi “morali” ai progetti aziendali, lasciando commenti e, perché no, anche critiche rispetto al modo di gestire dei boss senza incorrere nel rischio di licenziamento, poiché totalmente anonimi. L’idea alla base, fondamentalmente, era insomma quella di poter dire la propria senza metterci la faccia. Non c’era un atteggiamento di vigliaccheria, però, dietro il progetto di Tawfiq, insomma Sarahah, che in arabo anzi significa “onestà” non voleva rappresentare un modo per “tirare il sasso e nascondere la mano”

Vivo in un tipo di società – ha detto l’ideatore dell’app a Mashable – in cui dire le cose per come si pensano è un’abitudine: tuttavia, esistono delle barriere, come il rispetto dell’età, per esempio.

Meglio non rischiare di passare per irrispettosi, dunque, magari criticando le scelte di alcuni colleghi o dirigenti anziani, vuoi per educazione, vuoi per non perdere il posto di lavoro.

Ma tant’è, l’idea di Tawfiq è piaciuta tanto che, in breve tempo, molti utenti hanno chiesto al ragazzo di allargare il campo di azione di Sarahah anche al di fuori dei confini aziendali, dando l’opportunità ad altri utenti di iscriversi per rilasciare commenti e giudizi su amici, parenti e conoscenti. Così siamo giunti alla dimensione che Sarahah ha assunto oggi, in cui chiunque sia registrato  può creare un link e pubblicarlo, appunto per chiedere opinioni sulla propria persona. Nell’app, val la pena specificarlo, non è però possibile rispondere ai commenti, ma solo salvarli tra i preferiti, o eventualmente si può registrare la reazione degli utenti davanti ai post, chiedendo: “Ti ha reso felice?”.

È, insomma, un modo per mettersi alla prova, per darsi in pasto al pubblico e pensare cosa gli altri pensano di noi, anche se in realtà non potremo sapere mai, naturalmente, chi scrive realmente i commenti.

Inutile dire, però, che se da un lato Sarahah si inserisce perfettamente in quel clima di sovraesposizione mediatica indotto dall’importanza sempre maggiore assunta dai social nella nostra quotidianità, che ha irrimediabilmente accentuato il narcisismo e il desiderio di esibizionismo latente in molti di noi, la possibilità di rilasciare messaggi in forma completamente anonima è anche un’arma a doppio taglio. Fioccano, infatti, fra i tanti commenti ricevuti dagli utenti registrati, anche quelli decisamente meno carini, gli insulti, le offese, le frasi a dir poco ingiuriose.

Sarà forse per questo che, dopo un primo clamoroso exploit, l’app sembra già  essere in lento declino, e aver perso buona parte del suo appeal?

Rimasta per settimane al primo posto nella classifica delle app più  scaricate negli App Store di trenta paesi, già da fine luglio il suo indice di gradimento è calato vistosamente nel Regno Unito, mentre nei giorni immediatamente seguenti al 15 agosto anche negli USA, secondo i dati raccolti da App Annie, si piazzava appena al settimo posto.

Classifica App (fonte: App Annie)

Non può essere un caso se tutte le app di questo tipo hanno avuto vita breve: la stessa sorte, prima di Sarahah, è infatti capitata a Yik Yak, fondata nel 2013, comprata per 62 milioni di dollari dal gruppo Sequoia Capital ma caduta in disuso un anno più tardi, quindi a Secret, che, valutata 100 milioni di dollari, ha dovuto restituire ai suoi investitori i 35 milioni di euro raccolti, e infine a Ask.fm, finita nei guai addirittura dopo il suicidio di un adolescente.

In effetti il dubbio alla base della natura controversa di queste app è proprio questo: in un contesto generale dove razzismo, pregiudizi, discriminazione e bullismo, virtuale o no, sono in sovrabbondanza, abbiamo proprio bisogno di prestare il fianco a nuovi possibili, e purtroppo numerosi, idioti telematici, pronti a distruggere l’immagine di una persona per invidia, gelosia o per pura cattiveria?

Necessitiamo davvero tanto dell’apprezzamento virtuale da essere disposti a subire anche insulti e ingiurie di ogni tipo senza neppure sapere davvero da chi? E, rovesciando la prospettiva, possiamo davvero permettere a chi già si trincera dietro la tastiera di un pc o di uno smartphone, nascondendosi dietro profili falsi, di sentirsi addirittura legittimato a farlo, di farlo sentire protetto dall’anonimato per far sì che ancor più facilmente scateni la sua malignità contro qualcuno?

Come se già questo non fosse sufficiente per evidenziare i possibili lati negativi dell’app, proprio nelle ultime ore Sarahah è finita in una vera e propria bufera per via di una funzione che, almeno in origine, non era affatto prevista dagli sviluppatori: stando a quanto riportato da un ricercatore di Bishop Fox, l’esperto di sicurezza informatica Zachary Julian, che è un analista proprio per la società di consulenza americana, l’app è infatti programmata per rubare informazioni personali agli utenti che la installano sul loro telefono, inviando il contenuto della rubrica a un server esterno.

L’allarme è stato lanciato dal giornale online The Intercept, che ha anche scritto in un tweet di come l’app sia capace di copiare tutti i numeri di telefono presenti in rubrica, inviandoli appunto a un server esterno, una volta installata. Tweet a cui ha risposto lo stesso ZainAlabdin Tawfiq, che ha cercato di mettere la classica “pezza”, spiegando come si sia trattato di un problema tecnico che verrà risolto al prossimo aggiornamento.

Nel frattempo, però, gli utenti di Sarahah sono molto preoccupati per il possibile “furto” di informazioni, che va ad aggiungersi alle problematiche più dichiaratamente “sociali” dell’applicazione. In attesa di capire se il prossimo aggiornamento eliminerà effettivamente il problema dei dati copiati, rimane quello, altrettanto se non più importante, del comportamento offensivo legato, paradossalmente, proprio alla questione opposta, cioè all’eccesso di privacy garantita agli utenti che rilasciano commenti, di qualsiasi tipo, incitando presumibilmente bullismo e violenza psicologica.

Insomma, di leoni da tastiera parliamo spesso, e ce ne sono fin troppi. Non sarebbe l’ora di chiuderli tutti in gabbia, anziché lasciare loro persino il diritto di affondare il colpo?