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Non lo assume e lui la minaccia: "Ti stupro, ti sfregio con l'acido, ti uccido"

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L'omicidio di Nadia e la lunga scia di sangue delle donne nell'estate 2017

Non si arresta la lunga scia di femminicidi: dall'inizio dell'estate, sono più di dieci i casi di omicidio o violenza sulle donne in Italia.
Fonte: web

La lunga scia di violenza e di sangue che ha per vittime le donne non accenna a fermarsi. Picchiate selvaggiamente, massacrate spesso per i motivi più futili e insensati, per dei piatti non lavati, o per una maglietta stirata male, o facili prede su cui sfogare brutalmente le proprie frustrazioni, il livore covato per un abbandono, l’odio scaturito da una gelosia incontrollabile. Sono tante, tutte ugualmente assurde e prive di ragioni, le micce che possono accendere la follia omicida, e altrettanti sono, purtroppo, i fatti di cronaca che ci obbligano a raccontare di donne che hanno pagato a caro prezzo, con la propria vita.

A denunciare la violenza sulle donne è questo video, in cui ci mostra cosa succederebbe se una denuncia di furto fosse trattata come una di stupro:

Se nell’intero 2016 erano state più di 100 le donne uccise da ex, mariti, compagni, figli o fratelli, nei soli due mesi di giugno e luglio 2017 sono più di 10 i casi di femminicidio o violenza sulle donne in tutta Italia; mentre dal primo gennaio 2017 alla metà di luglio, secondo ansa.it, sarebbero almeno oltre 20 le donne uccise per mano maschile.

Ragazze giovanissime, madri di famiglia e compagne di una vita: le vittime di questa lunga, terribile scia di sangue che non si arresta sono sempre le stesse. Idem per i loro assassini.

1 agosto 2017, Nadia Orlando

Fonte: facebook

Aveva 21 anni, Nadia, e viveva a Dignano, in provincia di Udine.

Era uscita in serata con il fidanzato trentaquattrenne, Francesco Mazzega, di Spilimbergo, che era anche suo collega nell’azienda, la ‘Lima’ di San Daniele del Friuli (Udine), specializzata in protesi ortopediche. Si sarebbero dovuti presentare alle 9 al lavoro, ma per Nadia l’allarme era già scattato dalla nottata, quando i genitori, preoccupati nel non vederla rientrare, hanno segnalato la sua scomparsa alle forze dell’ordine. Contemporaneamente proprio Mazzega si è presentato al comando della polizia stradale di Palmanova per costituirsi. Secondo le prime ricostruzioni dei media locali, Nadia sarebbe stata strangolata nell’auto, una Toyota Yaris nera, del compagno, probabilmente durante una lite avvenuta mentre la coppia era in sosta a Dignano.  Mazzega ha vagato tutta la notte con il corpo della fidanzata uccisa accasciato sul sedile del passeggero. Il papà di Nadia, riferiscono alcuni parenti secondo quanto riportato da Repubblica, era molto preoccupato, e aveva riferito appena pochi giorni prima il suo timore per il fidanzato, descritto, come spesso accade, come possessivo e geloso.

Si era perfino commosso alle lacrime non sapendo come risolvere il problema, dopo che la figlia gli aveva confidato il proprio disagio. Nemmeno si sentisse un simile epilogo.

25 luglio 2017, Rosina Papparella

È stata ritrovata solo dopo venti giorni dalla morte, questa mamma cinquantenne uccisa, presumibilmente, dal figlio Marco Fiorentino, di 23 anni. Il suo corpo è stato scoperto solo dopo che il ragazzo, sabato 22 luglio, aveva aggredito il padre disabile accoltellandolo, dopo una lite. Proprio in  quell’occasione sarebbe emerso l’altro aspetto tragico della vicenda, che ha permesso di chiarire il destino di Rosina. Ai medici, infatti, attraverso frasi frammentarie, Marco ha raccontato di essere il responsabile della scomparsa della madre. Da lì sono scattate le ricerche nelle campagne, che hanno portato i vigili del fuoco a trovare il cadavere, quasi mummificato, con evidenti segni di strangolamento. Il giovane è ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Paolo di Milano, sotto la vigilanza delle forze dell’ordine, e sottoposto a fermo giudiziario con l’accusa di omicidio volontario, anche se tutti, in paese, lo descrivono come un ragazzo tranquillo, taciturno ma attento alla sua famiglia.

23 luglio 2017, Maria Archetta Mennella

Fonte: facebook @mariarca mennella

Si era trasferita al Nord, a Musile di Piave, nel veneziano, con i due figli, la trentottenne Mariarca, eppure aveva accettato di ospitare in casa l’ex marito, Antonio Ascione, salito da Torre del Greco.

Lui l’ha uccisa nel sonno, mentre i bambini erano fuori per le vacanze, con un coltello da cucina, poi, ha chiamato i carabinieri dicendo loro: “L’ho uccisa io, venite qui“.

Sul suo profilo Facebook, Mariarca pubblicava spesso post che potevano lasciar trasparire, in qualche modo, il suo disagio e la paura verso l’ex marito.

"Mi fanno paura gli uomini che..." quel messaggio di Maria, uccisa dall'ex

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14 luglio 2017

Fonte: repubblica.it

Avrebbero dovuto vedersi in tribunale, per discutere la questione di un affitto non pagato, invece lei non è mai arrivata a quell’appuntamento. La donna di 42 anni, di origini romene, è stata accoltellata a morte dall’ex compagno, un operaio di 56 anni, in una casa di Montepulciano, in provincia di Siena, dove lei lavorava come badante di due signore anziane. Secondo quanto riferito dai carabinieri l’uomo avrebbe fatto irruzione nell’appartamento e, afferrando un coltello da cucina, avrebbe inseguito la ex per tutta la casa, colpendola ripetutamente. Trasportata all’ospedale, la donna è morta la mattina seguente alle 6 a causa delle gravi ferite riportate. I carabinieri sono riusciti a rintracciare l’omicida, originario di Catania, nella zona sud di Montepulciano grazie al suo cellulare, e l’hanno convinto a costituirsi nella caserma locale. “So di aver fatto un disastro” ha detto l’operaio ai militari, soprattutto pensando al figlio di 9 anni avuto con la donna che ha ucciso. I due si erano lasciati da un anno, dopo una lunga convivenza. I problemi erano arrivati quando lui aveva smesso di dare i soldi dell’affitto alla padrona di casa, nonostante la compagna continuasse a pagare la sua parte. Diventato moroso, l’affittuaria ha cominciato a chiedere i soldi alla donna, l’unica tra i due che lavorava.

14 luglio 2017, Manuela Picci

Fonte: ansa

Manuela, per fortuna, è ancora viva, tenuta in coma farmacologico subito dopo il ricovero in ospedale; a essere morto, però è il fidanzato Riccardo Madau, di 25 anni, che, credendola morta dopo averla picchiata a sangue, si è lanciato nel vuoto dal  cavalcavia nei pressi dello stadio Sant’Elia di Cagliari.  Proprio lì, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, potrebbe essere iniziata la lite fra la coppia, degenerata rapidamente:  il giovane ha colpito ripetutamente sul viso la giovane, che ha cercato di allontanarsi dall’auto ma dopo pochi passi è caduta a terra, svenuta. Lui, in preda al panico nella convinzione di averla uccisa, è scappato sul cavalcavia lanciandosi. È stata una pattuglia della polizia a soccorrere la giovane, verso le tre del mattino. Gli agenti si sono messi poi sulle tracce del suo carnefice, trovando il cadavere di Madau.

13 luglio 2017, Maria Tino

La quarantanovenne Maria, di Dragoni, nel casertano, era sopravvissuta, appena un anno fa, a 25 coltellate dell’ex marito. Ma per lei purtroppo non c’è stato nulla da fare quando l’attuale compagno, il sessantunenne Massimo Bianchi, dipendente della Comunità Montana di Monte Maggiore le ha scaricato addosso tre colpi di pistola in strada. Forse la gelosia il movente, o forse la minaccia, da parte di Maria, di lasciare quell’uomo con cui in paese dicevano di vederla litigare spesso. L’uomo avrebbe preso un appuntamento con la Tino nel primo pomeriggio, nella piazzetta vicino casa, nel centro storico di Dragoni. Arrivato a bordo della sua auto, Bianchi è sceso estraendo la pistola; secondo un testimone, la donna avrebbe urlato “no”, prima che il compagno le sparasse tre volte, colpendola al torace. Maria Tino è  morta poco dopo. A quel punto l’uomo è rimasto accanto al corpo esanime, a vegliarlo, in attesa che arrivassero i carabinieri ed impedendo a chiunque di avvicinarsi. All’arrivo delle forze dell’ordine ha consegnato loro l’arma usata per il delitto, una pistola calibro 7,65 legalmente detenuta, e si è fatto arrestare.

 Aveva già sofferto molto per l’ex marito – ha detto un’amica della vittima, ricordando quanto accaduto lo scorso anno quando l’ ex coniuge della donna, ora in carcere, aveva provato a ucciderla con un coltello – e lei si era miracolosamente salvata. 

13 luglio 2017, Donata De Bello

La quarantottenne barese Donata De Bello è morta durante l’ennesimo litigio con il suo compagno, il trentaduenne Marco Basile, con piccoli precedenti, ora in carcere in stato in fermo con l’accusa di omicidio volontario.

Il corpo senza vita di Donata De Bello è stato trovato dai carabinieri nel primo pomeriggio nella camera da letto, avvolto in un tappeto, nell’abitazione in corso Sonnino, al quartiere Madonnella, dove la donna viveva con il compagno. La morte risalirebbe alla serata precedente, e sarebbe l’epilogo di un violento litigio sentito dai vicini di casa. Il colpo mortale è stato inferto alla gola, ma Basile non ha confessato, anzi ha dichiarato che si sarebbe trattato di un incidente, perché Donata si sarebbe ferita da sola con il coltello mentre lui provava ad abbracciarla per placare gli animi durante la lite.

11 luglio 2017,  Anita Betata Rzepecka

Fonte: repubblica

Stando alle ipotesi della Procura di Bari, il quarantaquattrenne rumeno Marian Sima avrebbe schiaffeggiata la compagna trentenne facendola cadere e battere la testa, lasciandola poi agonizzante per ore. Lui, invece, sostiene che Anita sarebbe morta per una caduta dalle scale, poiché era ubriaca, e non per il suo schiaffo. Stando sempre al racconto dell’indagato, l ragazza si sarebbe pi stesa sul letto e solo circa cinque ore più tardi, all’arrivo di un connazionale, i due si sarebbero accorti che Anita era priva di sensi. Avrebbero quindi portato la donna fuori dal casolare abbandonato di via Di Cagno Abbrescia a Bari, dove la coppia viveva, e chiamato i soccorsi,  ma per la ragazza ormai non c’era più niente da fare. Portata in ospedale e sottoposta a intervento chirurgico, è morta alcune ore dopo il ricovero. A inchiodare l’uomo, però, oltre alla sua versione non del tutto attendibile, ci sarebbe anche la testimonianza della mamma della vittima, a cui Marian, ancora ubriaco, avrebbe telefonato quella sera dicendole:

Tua figlia merita tutto questo perché non aveva lavato i piatti così come le avevo detto.

3 luglio 2017

Si è salvata per miracolo, solo perché ha avuto la forza di aprire la porta con un altro mazzo di chiavi, e ha potuto chiedere aiuto per spegnere l’incendio appiccato pochi minuti prima dal figlio, Giuseppe Ragozzino, 44 anni, pluripregiudicato, che l’aveva chiusa dentro dopo averla ancora una volta minacciata e maltrattata.

Non parlare con i poliziotti altrimenti ti uccido e ti sotterro in giardino.

Ha detto alla madre che, coraggiosamente, è riuscita comunque a raccontare ai poliziotti come si erano svolti i fatti, che lui aveva cercato di far passare come incidente domestico. I maltrattamenti duravano da tempo; l’uomo chiedeva in continuazione soldi e minacciava la madre di ucciderla, costringendola a vivere in uno stato di ansia e di angoscia continui. Ieri, però, la donna, ormai esausta, ha trovato la forza di denunciare il figlio, che ora dovrà rispondere di incendio doloso e minaccia aggravata, portato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

13 giugno 2017, Diana Vapri

Fonte: facebook

L’ha uccisa con 15 colpi inferti con un coltello preso in cucina al culmine dell’ultimo litigio, nella casa in cui abitavano insieme in via Goito a Busto Arsizio, in provincia di Varese, prima di confessare una volta arrivati i carabinieri.

Diana Vapri, 52 anni di origine albanese, è stata uccisa dal marito connazionale Muhamed; la coppia viveva da anni in Italia e aveva la cittadinanza italiana.

L’allarme è stato lanciato dai vicini di appartamento dei coniugi, che hanno sentito le urla della donna. Quando la vittima è stata trovata era riversa in un lago di sangue e in arresto cardiaco, con almeno una profonda ferita da arma da taglio. I medici dell’ambulanza, dell’automedica e dell’auto infermieristica non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.

All’arrivo dei carabinieri di Busto Arsizio, l’uomo era uscito dall’appartamento e si trovava nella corte del condominio dove ha confessato subito,senza però spiegare chiaramente il motivo del delitto, che pare riconducibile ai litigi familiari all’interno della coppia.  Diana lascia tre figli maggiorenni, che vivono fuori casa.

12 giugno 2017, Erika Preti

Fonte: facebook

Erika, 28 anni, è stata trovata morta in un’abitazione a Lu Fraili, nei pressi di San Teodoro, in Sardegna, dove si trovava in vacanza con il fidanzato, Dimitri Firicano, con cui conviveva. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa, preoccupati dalle urla che provenivano dalla villetta bifamiliare in via Nazionale 4. I carabinieri della compagnia di Siniscola, arrivati per primi a San Teodoro, hanno trovato il corpo della ragazza all’interno della casa, e il compagno con lievi ferite. L’uomo racconta di aver subito un’aggressione, e di essere stato colpito alla testa, come dimostrerebbe l’ematoma sulla parte superiore dell’occhio destro. Erika invece è stata colpita con diversi fendenti al collo. Gli inquirenti, non del tutto convinti dalla versione di Firicano, lo  hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario.