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La violenza atroce di chi insulta la mamma che ha dimenticato la figlia in auto

C'è stato un tempo in cui i social avrebbero potuto diventare strumenti di democrazia. Oggi è il tempo in cui sono la bandiera del peggiore populismo e urinali delle peggiori frustrazioni, che non si fermano neppure di fronte alla tragedia più grande.

Voi che siete andati deliberatamente a cercare il profilo Facebook della madre di una bambina che, meno di 24 ore fa, ha scoperto di aver ucciso la figlia dimenticandola in auto, per insultarla e sputarle addosso le vostre sentenze, vorrei sapere, cosa ne sapete?

Cosa ne sapete della storia che la sera prima che si consumasse la tragedia questa madre ha raccontato alla sua piccola e se lo ha fatto. Cosa ne sapete della sua ultima carezza, del suo bacio su quella testolina, di una, di tante sere in cui, arrivata a casa dal lavoro, ha dissimulato la stanchezza con un sorriso perché cosa centra una bambina se tu non ce la fai più? Cosa ne sapete di quelle braccia cicciottine che l’hanno abbracciata forte dopo una caduta?
Cosa ne sapete di quella storia, di quella carezza, di quel bacio, di quella sera, di quelle braccia cicciottine, non delle vostre, di quelle: cosa ne sapete di quella donna?

Sotto questo articolo, condiviso come un infausto presagio sulla bacheca da questa mamma, di cui alcune testate hanno avuto l’insana idea di mettere nome e cognome, rendendovela rintracciabile, avete scritto questo e molto di più:

Vorrei sapere: ci si sente madri, padri, donne o uomini migliori dopo aver emesso il vostro verdetto?

Ci si sente forse meglio se le si dettaglia con toni educati – manco si stesse parlando di una divergenza di idee sul modo di educare un figlio – la nostra ben più stressante routine di mogli, donne lavoratrici e di madri di millemila figli (e non “solo” uno) che inizia alle 6 e finisce a mezzanotte, aggiungendo che però noi un figlio non ce lo siamo mai dimenticate perché è la nostra priorità?

E al di là di come ci fa sentire: ci rende migliori? Cambia qualcosa, salva qualcuno chiedere la morte di una donna che ieri è morta con la sua bambina e che, con o senza le nostre condanne o assoluzioni, è già probabilmente condannata al dolore più atroce, quello della morte di un figlio per mano, per quanto involontaria, della sua stessa madre?

E poco conta se la scienza medica dice – e lo dice, per quanto voi scegliate di ignorarlo – che potrebbe capitare alla migliore delle madri, quando tu stessa non riuscirai, probabilmente, mai più a perdonarti e a risalire dal punto più basso dell’abisso.

Vorrei sapere se, anime pure e genitori esemplari, siete gli stessi che portano i bambini a catechismo e organizzano la festa della prima comunione con l’abitino di pizzo bianco per le vostre bambine. Vorrei sapere se siete gli stessi che hanno messo bandiere sui profili per Manchester, se siete quelli che Je suis…. qualcosa a seconda dell’inclinamento del momento. Vorrei sapere se siete quelli che hanno figli perfetti come voi, che hanno compagni sempre inferiori alla loro bellezza, intelligenza, capacità.

C’è un’amaca di Michele Serra, scritta dopo l’assassinio di Emmanuel Chidi Nnamdi, ucciso da un ultrà di destra, che la mamma della piccola bambina morta in auto aveva condiviso al tempo sulla sua bacheca e che, oggi più che mai, riguarda tutti noi e, soprattutto, chi, purtroppo, probabilmente riterrà che queste parole non lo riguardino:

Noi e voi, stasera, domani o dopo che la televisione ci avrà restituito le immagini strazianti di una piccola bara bianca piena di fiori che quasi galleggia sulle teste di una piazza di paese improvvisamente gremita ci dimenticheremo di quella bambina.

Ci dimenticheremo di quella madre, di queste parole che abbiamo scritto, del dolore che abbiamo sentito quando abbiamo immaginato la sofferenza di quella piccola, ci dimenticheremo degli insulti e delle nostre parole sguaiate e volgari.

Noi dimenticheremo.

E sarà il tempo del silenzio, quello dell’oblio.
Il tempo del silenzio, quello del rispetto, ancora una volta, lo abbiamo mancato.