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"Non pubblico quasi nulla su Facebook, eppure mi hanno rubato l'identità: ecco come"

Condividere pochissimo della propria vita privata su Facebook eppure scoprire comunque che qualcuno ha rubato la tua identità: è successo a Micaela, che ha visto una sua foto finire sul profilo di una sconosciuta.
Fonte: web

I social media che tanto hanno rivoluzionato il nostro modo di interagire, di comunicare, persino di instaurare relazioni sono, inutile negarlo, sono un’arma a doppio taglio. Immediati ed efficaci nel far circolare informazioni, messaggi, per allacciare (o ri-allacciare) rapporti con persone che vivono all’altro capo del mondo, ma complessi e pieni di insidie, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della privacy.

Il fatto non è solo quello di rischiare la sovraesposizione mediatica del proprio ego, dato che ogni piattaforma social permette di pubblicare e condividere, volendolo, ogni singolo istante della propria vita; il pericolo vero, reale, che spesso passa inosservato, è che, una volta finite in Rete, foto, post, frasi non ci appartengono più: sono, letteralmente, alla mercé di tutti i fruitori di Internet, che possono approfittarne indiscriminatamente. Chiunque può “rubare” scatti che smettono di essere privati nel momento stesso in cui scegliamo di caricare una foto su Facebook, o su Instagram, chiunque può appropriarsi della nostra identità creando un profilo fake, un falso ad hoc. Conoscere le motivazioni di chi sceglie di celarsi dietro l’identità di qualcun altro, di usare foto, nome, o informazioni di un altro utente è pressoché impossibile, o comunque rischierebbe di farci addentrare in un vortice che può comprendere complessi dilemmi psicologici così come stupidi atti di goliardia. Ciò che possiamo, o meglio dobbiamo fare, è difenderci da questi “ladri di identità”, seguendo tutti i suggerimenti basilari che si forniscono ai neofiti dei social: usare una privacy molto ristretta, che permetta a pochi intimi di vedere ciò che pubblichi, non fornire informazioni private, pubblicare pochissimo e selezionando attentamente ciò che si sceglie di condividere. Ma se anche questo non fosse sufficiente?

Micaela Abbinante, ad esempio, pubblica pochissimo sul suo profilo, eppure ha visto una sua foto molto personale, che la ritraeva assieme alla sorella, postata come immagine profilo da una fantomatica Mariella Pinto. Un nome di fantasia, molto probabilmente, un’identità ignota che ha deliberatamente preso la foto di Micaela appropriandosene, facendola sua. Perché? Impossibile capirlo, ma certo questo brutto episodio ha lasciato strascichi e amarezza nella ragazza, giornalista e responsabile della comunicazione per la ASL Bat (Barletta – Andria – Trani), che proprio sulle pagine dell’edizione barese di Repubblica ha voluto scrivere uno sfogo, pacifico, privo di rancore, ma denso, semmai, di tanti interrogativi.

Il primo, inevitabile, è proprio sul modo in cui vengono usati i social media, e su quali possano essere le reali conseguenze del condividere qualcosa che ci sembra (e a tutti gli effetti dovrebbe esserlo) del tutto innocuo. Si  smette davvero di essere padroni di una propria foto, di un proprio pensiero, nel momento stesso in cui si sceglie spontaneamente di “darlo in pasto” al pubblico di Facebook & co.? Ed è possibile che noi non disponiamo di nessuno strumento concreto per evitare che un nostro contenuto possa diventare il contenuto di un altro, che con una nostra immagine, una nostra qualsiasi informazione privata, potrebbe davvero fare ciò che più gli aggrada?

Possiamo, certamente, mandare una mail all’amministrazione di Facebook, che tuttavia sembra non preoccuparsi troppo di prendere provvedimenti seri; oppure rivolgerci alla polizia postale, o  chiedere aiuto ai nostri amici affinché segnalino il fake… già, ma fatto questo cosa resta a chi si è sentito “violato”, a chi ha subito il furto del proprio volto, del proprio nome, della propria vita?

Fonte: web

Proprio i social, che dovrebbero essere (lo dice il nome stesso) strumento di socializzazione, di condivisione e di convivenza virtuale, rischiano spesso di trasformarsi invece in mezzi attraverso cui distruggere l’immagine di una persona, perché  basta nascondersi dietro la faccia di qualcun altro, o far circolare in Rete notizie false, per screditare la reputazione di un individuo, per macchiarlo di colpe inesistenti, per bollarlo. Alfredo, accusato proprio via Web dell’infamia più terribile, ovvero di essere un pedofilo, ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi essere vittima della cattiveria che corre rapida, tra il filo del pc e il display dello smartphone.

È stata più fortunata, Micaela, certo, eppure l’esperienza vissuta le ha lasciato comunque l’amaro in bocca.

Mariella Pinto – ha scritto su Repubblica – è un profilo Facebook che per costruirsi una identità ha scelto, e rubato, le mie foto. Già, le mie foto, le poche che a stento pubblico per mille motivi, personali e professionali. Per scelta e tendenza caratteriale. Eppure eccole lì, commentate  da 580 perfetti sconosciuti. 
Per qualche giorno , dopo aver ‘conosciuto’ Mariella per caso, ho cercato aggettivi per descrivere la sensazione provata. Forse violata è quello che la rappresenta meglio. La foto profilo di Mariella è uno scatto con mia sorella. Non uno qualsiasi ma l’immagine del rapporto che c’è tra me e lei, perfettamente rappresentato. Perché poi le foto più belle, quelle a cui siamo più affezionati, sono quelle che raccontano un sentimento. Io, tornassi indietro, la terrei gelosamente per me. Oppure no. Oppure avrei di nuovo voglia di condividere (sarebbe poi questa la funzione primaria di Facebook) quel momento, quella felicità, quello sguardo. Non lo so. Quel che è certo è che vedere le proprie immagini ‘usate’, chissà poi per quali scopi, da un signor X, lascia nelle parole e negli occhi il senso di impotenza. […] Io sono una persona gelosa, della peggiore specie. Sono possessiva e selettiva. Scelgo gli amici e condivido poco in maniera allargata. E più volte ho strenuamente difeso la mia scelta di non pubblicare foto di vita personale.
Non è bastato. Non basta a difendersi e a difendere  quel che si condivide della propria vita. Mariella ha scelto una  frase di Audrey Hepburn per la sua immagine di copertina, “Le donne belle son quelle felici”: vera nella sua banalità, drammatica se riferita al senso di un furto di identità. La felicità, quella del mio sorriso e dei miei occhi, non potrà mai essere quella di qualcun altro.