Sembra una storia sulla scia de “Il diritto di contare” il libro di Margot Lee Shetterly, diventato recentemente anche un film, che raccontava la piccola, grande rivoluzione di tre donne afroamericane matematiche e fisiche che riuscirono ad assumere un ruolo di responsabilità per la Nasa nell’America degli anni Sessanta, divisa ancora da questioni razziali e sessiste.

Il diritto di contare

A distanza di più di cinquant’anni, e nonostante gli ostentati progressi tecnologici, scientifici, medici, la questione della disparità di trattamento, soprattutto professionale, tra uomini e donne non sembra del tutto tramontata, così che ci troviamo ancora a parlare di professioniste che  faticano ad affermarsi più dei colleghi maschi, che guadagnano di meno e che generalmente vengono considerate meno “capaci”. Come a dire, abbiamo fatto passi avanti in ogni campo fuorché in quello umano e sociale.

Eppure, ogni tanto (e per fortuna) arrivano storie che ci rincuorano e fanno ben sperare, proprio come quella, dicevamo, di  e delle sue colleghe; in questo caso però parliamo di sei donne eccezionali, tutte italiane, sei astrofisiche capaci di compiere un’impresa a dir poco memorabile, e di fare incetta di record: sono infatti state le prime donne a vedere pubblicato un proprio studio dalla prestigiosa Agenzia spaziale. La ricerca, sui buchi neri dell’Universo primordiale, è uscita lo scorso gennaio sul Monthly notices of royal astronomic society, fino ad arrivare agli occhi della Nasa, che ha appunto deciso di pubblicare una “press release” invitando anche una delle studiose a collaborare al blog, per spiegare proprio cosa sia successo negli anni immediatamente successivi al Big Bang.

Chi sono queste ragazze, orgoglio italiano, già ribattezzate le “archeologhe delle stelle”? Parliamo di Edwige Pezzulli, Rosa Valiante, Maria Orofino, Raffaella Schneider, Simona Gallerani e Tullia Sbarrato. Che ci crediate o no, fra loro solo una ha un contratto stabile, le altre sono tutte precarie. Paradossi tutti italiani, verrebbe da dire.

E pensare che il gruppo è formato da giovanissime, tanto che addirittura tre non arrivano neppure ai trent’anni. Davvero un risultato fantastico, quello raggiunto dal team “rosa” che è stato capace di stupire persino l’Agenzia spaziale più importante al mondo.

Lo studio

Fonte: web

Per la loro ricerca sono partite da un quasar (una sorgente molto lontana e luminosa associata ai buchi neri), a 13 miliardi di anni luce da noi, cercando di risalire ai suoi “progenitori”, come per tracciarne l’albero genealogico, ovvero proprio i “black holes” primordiali, che però sembrano non essere dove dovrebbero. Le sei ricercatrici sono state in grado di spiegare esattamente la dinamica di ciò che accadde poco tempo dopo il Big Bang, motivando anche come mai sia tanto difficile scoprire quei buchi nello spazio-tempo formatisi quando l’Universo era ancora giovanissimo.

Abbiamo usato le osservazioni dello Sloan digital sky survey e del telescopio spaziale Chandra per osservare le attività di buchi neri quando l’Universo aveva meno di 800 milioni di anni – spiega Edwige Pezzulli – guardando lontano infatti è come se guardassimo indietro nel tempo. Non riusciamo a vedere i buchi neri perché il loro accrescimento, il periodo in cui aumentano di dimensioni divorando materia ed emettendo radiazioni, è molto rapido e si spegne in fretta.

Cerchiamo di conoscere meglio chi sono le sei archeologhe delle stelle.

Raffaella

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Proprio Raffaella è l’unica del gruppo a non essere “in scadenza”, perché è professoressa associata alla Sapienza. A inizio carriera, più di 20 anni fa, è stata in qualche modo una pioniera.

Ho avuto il primo figlio durante il dottorato, era il 1996 – racconta a La Repubblica – Fui la prima in Italia a poter congelare la borsa per un anno per la maternità. Si poteva fare per il servizio militare ma non era previsto per una ricercatrice mamma.

Insieme a Edwige e Rosa Raffaella fa parte del team di First, finanziato dallo European Research Council, che studia la formazione di stelle e galassie quando l’Universo era appena nato. L’indagine portata avanti dalla squadra tutta al femminile che ha conquistato la Nasa è proprio uno dei frutti di questo progetto.

Edwige

Edwige Pezzulli, 29 anni, è dottoranda presso la Sapienza, Istituto nazionale di astrofisica e Tor Vergata. Ma nel suo passato ci sono anche una carriera da thai boxer e rugbista a Roma, nelle All Reds e nelle Red and Blue di Valmontone.

Rosa

Rosa, 38 anni, ha lavorato tenendo in braccio la sua bambina, Aurora, nata un anno e mezzo fa.

Nelle notti e nei weekend di lavoro, quelli decisive prima dell’uscita dello studio, mi si addormentava in braccio, così scrivevo e rispondevo a mail e chat con le colleghe usando una mano sola – racconta – ma questo impegno è ripagato: proprio grazie al progetto First ho avuto il rinnovo del contratto per un altro anno.

Maria, Simona e Tullia

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Maria Orofino e Simona Gallerani provengono dalla Scuola Normale superiore di Pisa, e hanno aggiunto al team di First le loro conoscenze sperimentali, mentre Tullia Sbarrato fa parte del dipartimento di Fisica dell’Università di Milano Bicocca, ed è stata interpellata per interpretare i dati delle osservazioni.

Raffaella, la più esperta del gruppo, nonché principal investigator del progetto First, commenta sorridendo:

Solo al momento di inviare il lavoro ci siamo accorte che le firme erano tutte quante di donne. Non ci avevamo fatto nemmeno caso. Vent’anni fa mi capitava di andare a convegni nei quali le donne si potevano contare sulle dita di una mano. Ora è molto diverso.

Le fa eco Edwige:

Sono convinta che la chiave del progresso risieda nella diversità e nel confronto tra più punti di vista. Non solo differenza di genere, dunque, ma anche occhi e culture diversi. In questo senso abbiamo portato la sguardo femminile su un problema sempre affrontato da uomini.

Queste ragazze rappresentano davvero l’eccellenza italiana e femminile, e sono la prova vivente che nessuna donna ha bisogno di un uomo che le faccia vedere le stelle… le donne ci riescono benissimo anche da sole!

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