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Viaggio nel Paese dove "i gay non esistono": perché vengono seviziati e uccisi

Ci sono realtà che sembrano davvero incredibili per quanto sono scioccanti eppure, purtroppo, è tutto vero: ecco, quindi, che in un paese come la Cecenia l'omosessualità non deve esistere e i gay vengono puniti con sevizie, torture, e persino con la morte.
Un’immagine di repertorio di Yuri Guaiana

Aggiornamento 11/05/207

È stato arrestato dalla polizia a Mosca l’italiano Yuri Guaiana, mentre si stava recando alla procura generale per consegnare la petizione contro le torture dei gay in Cecenia con le firme raccolte.
Yuri è un’attivista dell’associazione radicale “Certi Diritti”: a dare la notizia del suo fermo sono stati Leonardo Monaco, segretario dell’associazione, e Marco Cappato, recentemente noto per la vicenda di dj Fabo.

Siamo in contatto con la Farnesina che sta seguendo la vicenda di Yuri Guaiana e gli avvocati sul posto, sappiamo che Yuri sta bene e conosciamo le coordinate della caserma dove è trattenuto. A breve aggiornamenti, aveva detto Leonardo Monaco.

Yuri, dal canto suo, ha parlato al telefono con Rainews24:

Sto bene, sono in carcere, in una stanza con altri quattro attivisti russi e un poliziotto. Ogni tanto vengono a farci domande e chiedere documenti, in particolare a me per il visto. Non sappiamo cosa succederà adesso. Non abbiamo ancora mangiato, non ci hanno portato neanche un bicchiere d’acqua.

Prima dell’arresto, Yuri Guaiana, tramite l’associazione “Certi diritti” aveva fatto sapere:

Siamo qui per consegnare più di 2 milioni di firme al procuratore generale. Non è mai avvenuto prima, molta della popolazione cecena chiede che si faccia un’inchiesta efficace e che si fermino subito arresti, torture e uccisioni di gay. I cittadini russi meritano di vivere in libertà e in uno stato di diritto. La Russia deve rispettare i trattati internazionali che ha sottoscritto. Nessuno deve sacrificare la propria libertà e la propria vita solo a causa di quello che si è e di chi si ama, né in Cecenia né da nessun’altra parte.

Viaggio nel Paese dove “i gay non esistono”: perché vengono torturati e uccisi
Articolo originale del 10/05/2017

Fonte: Mads Nissen / Prospekt

È stato chiamato Andrey, ma questo è solo un nome di fantasia, usato per proteggerlo, per nascondere la sua identità. Perché Andrey da qualche tempo si trova in una safe house, uno di quegli appartamenti segreti dove lui, e tanti altri ragazzi, sono riusciti a salvarsi da un destino che, altrimenti, sarebbe stato segnato.

Leggiamo la storia di Andrey, veniamo a conoscenza della sua vita e scopriamo che questo ragazzo ceceno non è un criminale: non ha ucciso nessuno, non ha mai rubato niente, non ha mai fatto male ad anima viva. Perché allora si deve nascondere, perché deve coprirsi dietro un nome falso e non può girare liberamente per le strade del suo paese?

La risposta è scioccante, ma rispecchia crudelmente una realtà che, seppur difficilmente immaginabile, è ancora viva radicata in alcuni paesi del mondo, neppure troppo distanti da noi: Andrey è gay e in Cecenia, nella sua patria, in quel lembo di terra sulle montagne del Caucaso appartenente alla Federazione Russa ma che per anni è stata impegnata in una sanguinosa guerra proprio contro di lei (conclusa solo nel 2009), i gay non devono esistere. E quando esistono, vengono prelevati dalle loro case, seviziati, torturati, persino uccisi.

A raccontarlo è Riccardo Amati, in un reportage scioccante su L’Espresso.

Torture terribili

La chiamano “zvonok Putinu“, e nel gergo dei servizi di sicurezza russi significa “telefonata a Putin”. Ma in realtà consiste in una dinamo che fa passare scariche elettriche nel corpo del prigioniero, di solito attraverso il lobo dell’orecchio. Iniziano a girare la manovella e, racconta Andrey,

Sai che arriverà, e quando arriva il tuo corpo inizia a tremare, sai cos’è perché ci sei già passato, ma non capisci più cosa succede, urli di dolore che ti scoppia la gola, ti senti cadere, e poi ricomincia.

Oltre alla “telefonata a Putin”, tra gli strumenti di tortura utilizzati in Cecenia sui gay c’è la “sedia”, una vera e propria sedia elettrica fai da te: fili collegati ai braccioli, altri attaccati sul corpo della vittima. Andrey e altre nove persone che non si conoscevano tra loro, sentite separatamente, hanno descritto la “sedia” del centro di detenzione di via Kadirov numero 99, ad Argun.

Non basta, la follia umana non si ferma alle torture e… Andrey viene consegnato ai suoi stessi famigliari per essere ucciso:

Andrey e gli altri

Fonte: espresso.it

Andrey è stato arrestato perché gay: gli hanno chiesto di denunciare i suoi amici. I suoi carnefici l’hanno liberato dopo un paio di settimane per riconsegnarlo alla famiglia, con la raccomandazione, però, che ci pensassero loro ad ammazzarlo, dato che in Cecenia lo “ubiystvo chesti“, il delitto d’onore, è ancora diffuso e impunito e, ovviamente, un figlio gay è un disonore. Andrey  è riuscito a scappare e ha trovato rifugio a Mosca, in una safe house dell’organizzazione umanitaria Lgbt Network (Lgbtn). Dalla fine di marzo 2017 in 80 (almeno fino a inizio maggio 2017) hanno contattato il numero verde istituito da Lgbtn per chi vuol essere aiutato a fuggire dalla repubblica caucasica. Una quarantina sono stati salvati, qualcuno è già all’estero, gli altri aspettano visti che sembrano non arrivare mai.

Nella stessa safe house che ospita Andrey c’è anche Mikhail (altro nome di fantasia), che in prigione non c’e mai stato: per lui niente telefonate e niente sedie. È stato picchiato e taglieggiato perché si è fidato di un “provokator” [il termine che in Russia e dintorni significa doppiezza, spionaggio e tradimento, almeno fin dalla fondazione dell’Okhrana, il Kgb al tempo degli zar, n.d.r.]

Sai com’è – racconta a L’Espresso – quando non sei il tipo che prende rischi e non sei abituato a queste cose, ma eccoti in macchina con una persona che hai trovato su Vkontakte (il Facebook russo) e lui ti sta portando alla sua dacia? Sai, quando hai un po’ di timore ma anche tante aspettative? Bene, nella foresta tra i due villaggi lui svolta per una strada sterrata in mezzo agli alberi. ‘Ma dove vai?’, gli dico. Lui guarda avanti e non risponde. Come se non ci fossi. Allora mi spavento. La macchina si ferma in una radura e ci sono tre militari in divisa nera. Mi tirano giù dal sedile, e arriva il primo calcio. Mi pestano per dieci minuti, forse 15. Mi urlano che sono un pederasta schifoso e che gente come me in Cecenia non deve esistere. Uno riprende tutto col telefonino. Poi resto raggomitolato nel fango e spero solo che non arrivino altre botte. Loro guardano le foto e i contatti nel mio cellulare. Mi gridano in faccia che devo dargli 200 mila rubli sennò mettono tutta la mia storia e le mie foto su internet. Io ho qualcosa di rotto nella bocca, non posso parlare.

Conta le gocce del medicinale che fa cadere nel bicchiere, perché Mikhail, da quando è arrivato alla safe house, è sotto psicofarmaci. “E dire che non avevo mai preso neanche un’aspirina” dice ironicamente.
I casi di estorsione da parte delle forze di polizia nei confronti di persone omosessuali sono frequenti, secondo le testimonianze raccolte da Lgbtn, non solo in Cecenia ma anche nelle repubbliche federate confinanti di Inguscezia e Daghestan. Ma a Groznyj quelli che sono iniziati come “semplici” taglieggiamenti sembrano esser diventati casi che appartengono a un piano strutturato.

Certo che ho pagato – dice ancora Mikhail – ho venduto lo smartphone, il computer e altre cose che avevo e per un po’ non ho speso niente dello stipendio. Ho messo insieme i soldi e ho pagato. Non ho parlato con nessuno di quello che è successo. A casa ho detto che avevo fatto a botte. Appena sono uscito dall’ospedale, ho cancellato numero di telefono e account sui social. All’ospedale ho dovuto tornarci per operarmi per le fratture alle ossa del viso. Mi hanno messo una protesi, ma non si vede. Il problema non è fisico. È che quel giorno mi hanno fatto a pezzi dentro.

Ma la cosa non finisce lì: circa un mese più tardi, a casa di Mikhail è arrivata la polizia. Lui era fuggito dalla Cecenia, pochi giorni prima.

I poliziotti hanno detto a mia madre che sono gay. Non lo sapeva. Da noi è tabù. Le hanno chiesto i nomi dei miei amici, l’hanno minacciata. L’ho convinta ad andarsene per un po’ altrove. Quando la sento sto attento a quel che dico. Meno sa e meno è in pericolo. E poi cerco di dirle che va tutto bene, che non corro rischi. Così è un po’ più tranquilla. No, non parliamo della mia omosessualità.

Orrore senza fine

Le cifre sono quelle di una persecuzione sistematica e organizzata dall’alto. Negli ultimi tre mesi, oltre 100 persone sono state detenute illegalmente e in molti casi torturate in sei diversi centri di reclusione nella repubblica caucasica perché omosessuali o presunte tali, secondo quanto riportato dal giornale indipendente russo Novaya Gazeta, che afferma di avere “prove certe” di quattro uccisioni, e sta indagando anche su altre morti sospette. Secondo il Cremlino, invece, “non ci sono prove”. Parlando con Vladimir Putin di fronte alle telecamere della televisione di Stato russa, il presidente ceceno Ramzan Kadirov ha definito “false e provocatorie” le notizie sui presunti fatti e le “presunte detenzioni”. Ma ha anche fatto il nome di un “presunto” detenuto per omosessualità di cui nessuno era al corrente, a parte tre giornalisti, che tuttavia non lo avevano mai pubblicato. Una faccenda certo piuttosto strana, su cui però il premier Putin non ha voluto indagare ulteriormente. La Novaya Gazeta ha passato documentazione e informazioni della sua inchiesta allo Sledcom, il Comitato investigativo federale, che fa capo direttamente alla Presidenza, ma allo stato attuale pare non sia ancora stata aperta nessuna indagine. E, del resto, cosa ci si aspetta da un governo che dichiara che “I gay non esistono“, come detto da Alvi Karimov, portavoce del presidente Kadirov?

Se esistessero, ci penserebbero i loro familiari a mandarli là da dove non si torna.

I due ragazzi hanno anche raccontato che i maschi vengono obbligati a sposare una donna:

Obbligati a sposare una donna

Fonte: web

Ti piacciono gli uomini ma devi stare con una ragazza e i tuoi genitori poi ti chiedono di sposarla – dice Mikhail – e tutta la vita devi vivere per forza con una donna, con una persona che non ti piace, fingendo. In Cecenia è così. È molto difficile avere una doppia vita.

Perché se a trent’anni non hai una fidanzata o una moglie, in Cecenia fai scandalo.

È una società estremamente tradizionale, fondata sui clan – spiega Alexey Malashenko, direttore del programma Islam, religioni e Caucaso al think tank Carnegie di Mosca – Non è una questione di religione: la religione viene usata da Kadirov per mantenersi saldamente al potere, qualche presa di posizione semi-fondamentalista serve a tener buoni alcuni clan.

Ma come è possibile che le leggi russe non vengano fatte valere in Cecenia, che pure rientra nella Federazione?

Putin è ostaggio di Kadirov e Kadirov è ostaggio di Putin – dice Malashenko – La Cecenia senza i soldi di Mosca non può sopravvivere, e Mosca ha bisogno che la Cecenia sia pacificata. Gli equilibri che evitano una nuova guerra di secessione li può garantire solo Kadirov. In cambio, il leader ceceno pretende l’assoluta immunità. Ecco perché le leggi russe in Cecenia non valgono.

Insomma, polizia e servizi segreti federali di fatto non possono operare in Cecenia. Eppure, alcuni sostengono che Kadirov potrebbe aver oltrepassato il limite, destando troppa attenzione:

Quando solo la Novaya Gazeta e qualche organizzazione umanitaria scrivevano della Cecenia, Kadirov poteva fare quel che voleva. Ma da quando la Cecenia è al centro dell’attenzione in Russia e nel mondo, le cose sono cambiate. Specialmente dopo l’uccisione di Nemtsov, per il Cremlino Kadirov è diventato un problema.

A sostenerlo è Elena Milashina, autrice dell’inchiesta che ha portato alla luce i pogrom contro gli uomini gay, che della Cecenia si occupa da 12 anni, dall’omicidio della giornalista, sua compagna di scrivania, Anna Politkovskaya. Elena in questo momento vive in un luogo segreto e passa la maggior parte del tempo fuori dalla Russia, protetta da un protocollo di sicurezza elaborato dal direttore del suo giornale, ma senza nessuna protezione dallo Stato.

C’è un rischio ma i giornalisti vanno e vengono, la gente che abita in Cecenia resta. Sono loro ad essere davvero in pericolo. E io vado avanti.

Visti che tardano ad arrivare

Come dicevamo, i più fortunati fra i ragazzi scampati a sevizie e torture sono già all’estero, ma per alcuni il problema riguarda il ritardo nel poter ottenere il visto.
“Abbiamo richiesto i visti a diversi Paesi – spiega Olga Borovna, responsabile di Lgbn nella capitale russa -. Funzionari dell’ambasciata tedesca sono venuti qui nella safe house e hanno parlato con le vittime. Ma per ora non abbiamo saputo niente, né da loro né da altri”. L’Italia non rientra fra i paesi a cui sono stati chiesti dei visti
L’Espresso ha contattato l’ambasciata di Germania a Mosca, che ha risposto spiegando di non rilasciare informazioni su singoli casi consolari (difficile però pensare davvero che questo sia un singolo caso). Tuttavia la procedura dovrebbe essere avviata.

I visti sono il primo passo per un’azione penale internazionale per crimini contro l’umanità – dice il presidente di Lgbtn, Igor Kochetkov -. Anche se la Cecenia fa parte della Federazione Russa, Mosca di fatto non la controlla, l’unica legge cecena è Ramzan Kadirov: solo davanti a un tribunale internazionale si potrà aver giustizia.

Già, la giustizia. E la libertà. Libertà soprattutto di essere ciò che si è, senza nessun bisogno di nascondersi o di avere paura per la propria vita e per quella della propria famiglia. In fondo, è solo questo quello che chiedono Andrey, Mikhail e tutti gli altri.