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Chernobyl: la storia di Alexander e la triste fine dei "liquidatori"

A trent'anni dall'esplosione del reattore numero 4, l'unico modo per far chiarezza sul passato di Chernobyl è ascoltare le parole di chi l'ha conosciuta. Dai bambini che ne sono fuggiti - per poi ritornarci, in alcuni casi, da adulti - agli uomini e alle donne che sono morti per arginare il disastro.
Fonte: web

Sono passati trent’anni da quell’esplosione che è stata un fulmine a ciel sereno. Trent’anni di inchieste, testimonianze, documentari. Il 26 aprile del 1986, nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, esplodeva il reattore numero 4. Morti accertate: 65 sul momento, più 4.000 casi di tumore ufficialmente collegati all’incidente. In realtà uno studio ha previsto che, fra quarant’anni, i decessi imputabili alle radiazioni saranno qualcosa come 6 milioni.

Trent’anni in cui molti hanno fatto finta di non vedere.

Oggi come oggi, dopo un’altra grave catastrofe nucleare (quella di Fukushima), è importante sapere, capire ed evitare che ciò si ripeta. L’unico modo in cui possiamo davvero imparare è ascoltare le parole di chi trent’anni fa era lì e tutt’ora ne porta le conseguenze sul proprio corpo.

Diana. Una terra “che era bellissima”

Fonte: web

Diana Medri è nata nel 1989, in una città nei dintorni di Chernobyl. Ha scritto la sua testimonianza per il magazine “Vita” e parla del test che, il quel 26 aprile di trent’anni fa, andò male. «Si poteva evitare, oppure si poteva fare in altre condizioni e circostanze; ma si decide di farlo di notte. Quando la gente è stanca, c’è mancanza di personale e si bada poco alle condizioni di sicurezza». Poco prima dell’una e mezza l’energia sviluppata nel reattore numero 4 supera di 100 volte il valore di sicurezza, dopodiché iniziano le esplosioni. Tonnellate di materiale radioattivo vengono sputate nell’aria e subito diffuse dal vento.

La situazione era inverosimile. I bambini giocavano in mezzo al fango, senza pensare che qualcosa potesse danneggiare la loro vita, e poi all’improvviso si ritrovano elicotteri sopra le teste, dai quali scendevano degli scienziati stranieri negli scafandri; muti, senza pronunciare una parola, senza dirci la verità. Le pozzanghere sono diventate all’improvviso gialle, gente che lavorava lì nei dintorni balzava fuori dalle macchine vomitando, perché non si respirava, perché tutto il corpo era bruciato.

Passano troppe ore (giorni, in realtà) prima che gli abitanti di tutta quella zona vengano evacuati. «Delle donne lasciano un messaggio nelle case che abbandonano dopo che i militari le hanno sigillate: “Uomo gentile e caro, non cercare oggetti di valore, non ne abbiamo mai avuti. Utilizza tutto ciò che ti serve, ma non saccheggiarci la casa: ritorneremo“». Le persone fuggono, ma già pochi mesi dopo iniziano a morire.

Le donne incinte perdono i bambini che avevano assorbito tutto quel veleno, salvando così le loro madri. Quella catastrofe provocata dall’uomo ha portato lacrime, paura, disperazione, morte. Attualmente non c’è più nulla. Le città come Pryp’jat’, Grondo e molte altre sono vuote e desertiche. Solo la vegetazione ha deciso di farsi padrona e di occupare quella terra, per renderla – almeno un po’ – meno desolata. A Pryp’jat’ nessuno degli abitanti è più tornato. È solo un ricordo o meglio, è un incubo reale. E ancora oggi sono lì a celebrare il passato che fu. Perché questa era una terra bellissima, e anche quella primavera era calda, profumata.

Alexander. Storia di una città perfetta

Un’immagine di Pryp’jat’ abbandonata. Fonte: web

Alexander Syrota oggi è un uomo, allora aveva appena 9 anni. In un’intervista a Vanity Fair ha raccontato di Pryp’jat’, la città perfetta, creata per le donne e gli uomini che lavoravano nei reattori. Chernobyl era un po’ il Titanic degli stabilimenti nucleari: considerato sicurissimo, “il più sicuro al mondo”. Famiglie intere vivevano a Pryp’jat’, andavano a scuola e al cinema, a nuotare in piscina e a cenare al ristorante. Tutto funzionava come una macchina ben oliata.

Nell’86 il radiatore n. 4 esplode intorno all’una e mezza di notte. Nell’immediato non ci sono allarmi. Alexander va a scuola come sempre, il mattino dopo, ma la lezione viene interrotta da una riunione straordinaria dei professori. «L’edificio era vicino a un ospedale, eravamo abituati a sentire il suono delle ambulanze, ma non ce n’erano state mai così tante. Fuori abbiamo trovato solo un po’ di confusione, in lontananza del fumo che veniva dalla centrale, e poi gli elicotteri: tanti, enormi elicotteri militari volavano sopra le nostre teste, come nei film. Ricordo quel giorno come uno dei più eccitanti della mia infanzia».

La sera, ancora, nessuno immagina quanto sia grave. Gli abitanti di Pryp’jat’ dormono nei loro letti anche se in allarme. «Ricordo mia madre alla finestra – racconta Alexander – rapita dal bagliore che veniva dalla centrale. Quando ne parla, ancora oggi, dice che era bellissimo». Le case saranno evacuate e sigillate solo alle 14 del giorno seguente: 36 ore dopo l’incidente.

Ovviamente, moltissime persone sono già state contaminate dalla nube radioattiva. Alexander è uno di questi. Dopo l’evacuazione, lui e sua madre decidono di andare all’ospedale di Kiev di loro spontanea volontà: nessuno aveva pensato di visitarli. Tutto ciò che fanno i medici è imporre loro una doccia con sapone e misurare il livello radioattivo dei loro corpi. Alexander non ha voluto dire di quale (o quali) patologie soffra, ma sappiamo che deve seguire un rigido regime farmacologico.

Misha: i “bambini di Chernobyl”

Bambini bielorussi in Sardegna. Fonte: LinkOristano

Esisteva un programma per preservare la salute dei bambini a rischio di contaminazione. Una vera e propria rete di solidarietà. Molti di questi bambini, ogni estate per diversi anni, hanno passato almeno un mese in Europa, spesso in Italia o in Svizzera, per respirare aria pulita. Venivano ospitati dalle famiglie locali e in molte occasioni s’instauravano legami molto profondi.

Misha – anche lui intervistato da Vanity Fair, vero nome Michail Teslenko – è uno di loro. Non ha mai assistito all’esplosione: è nato nell’89 a 5 km dalla regione evacuata, tutta una fascia di territorio in cui la gente ha seguitato a vivere tranquilla per anni. Solo in seguito hanno ricevuto l’ordine di lasciare la zona, in cui la terra e l’aria erano contaminate da anni.

A cinque anni, Misha è stato mandato per la prima volta in Svizzera: per “cambiare aria”. Tre giorni di viaggio in autobus, passati a piangere costantemente.

All’inizio piangevo perché non capivo cosa stesse succedendo, dove stessi andando. Poi ho pianto perché, attraversando le città, vedevo i negozi: mi sembravano posti bellissimi e commoventi. Ed è finita che ho pianto per tutto il viaggio di ritorno perché io, indietro, non ci volevo tornare.

Conoscere la famiglia che l’ha ospitato gli ha aperto la mente e cambiato la vita: è anche grazie a loro se, una volta cresciuto, ha deciso di frequentare l’università e ritornare a Chernobyl come guida turistica per raccontare la sua storia e quella della sua terra.

Yuri: i “bambini di Chernobyl” – parte 2

chernobyl

Yuri Frediani Salomakha è nato a 100 km da Chernobyl. Esattamente 11 giorni dopo il disastro nucleare. «Io sono stato fortunato perché, al momento dell’esplosione, il mio organismo si era già formato. Ma durante l’infanzia dovevo fare controlli accurati sul mio stato di salute».

La sua situazione familiare era già problematica: morto il padre biologico, viveva con la madre, il patrigno e due sorelle. Quando la madre decide di mandarlo in Italia con il programma “Bambini di Chernobyl”, Yuri scopre un mondo tutto nuovo. Ad accoglierlo è quella che, anche se Yuri ancora non lo sa, un giorno sarà a tutti gli effetti la sua famiglia: una coppia di Lucca, Roberto e Bibi Frediani. Qui il bambino rinasce. «Non ero abituato a ricevere affetto – racconta a Vanity Fair -. E quando la mia “mamma”, la sera, mi rimboccava le lenzuola e mi dava un bacio della buonanotte, mi sentivo scoppiare di felicità.».

Yuri ha seguitato ad andare in Italia tutte le estati. Il rapporto con i genitori adottivi si faceva ogni giorno più forte, tanto più che a Gomel la sua vita familiare non era felice: sua madre si era innamorata di un altro uomo e si era trasferita altrove. «Ero diventato un ragazzo di strada – dice Yuri – senza riferimenti». Finalmente, dopo una lunga battaglia legale, il ragazzo (ormai maggiorenne) ha ottenuto l’adozione da parte di Bibi e Roberto. In Italia ha dovuto ricominciare tutto da capo, iscriversi di nuovo alla scuola superiore, imparare definitivamente l’italiano.

Adesso, finalmente, si sente realizzato: lavora in proprio come personal concierge e organizza vacanze di lusso nelle località italiane più chic.

Ho cercato di trasformare la tragedia di Chernobyl in un’opportunità. Ma è stato un disastro che ha inciso sulle nostre vite, già difficili. I bambini di genitori che hanno vissuto nelle zone dell’incidente sono ancora a rischio, mangiano verdure cresciute in terre contaminate e ancora oggi vengono in soggiorno in Italia. Nessuno conosce il futuro. Mi sento sano, ma chissà quanto a lungo vivrò.

Chi erano i liquidatori?

Una foto d’epoca di un gruppo di liquidatori. Fonte: Lega Nerd

In tantissimi accorsero per arginare il disastro. Centinaia di migliaia (350.000 quelli accertati), ma il numero è probabilmente più alto. Sono conosciuti con il nome di “liquidatori”. Ma chi erano, cosa facevano?

I liquidatori erano sia uomini che donne. Militari, ma anche civili. Arrivarono, volontari o reclutati, da ogni parte del Paese per spegnere il fuoco e gettare il materiale radioattivo. Non avevano una reale idea di quanto fosse pericoloso. Il loro abbigliamento era inadeguato a proteggerli dalle radiazioni. Chi ha lavorato per costruire il famoso “sarcofago”, il guscio che ancora oggi protegge il reattore, ne ha assorbite in quantità anche 70 volte superiore rispetto al normale.

Bisognava “correre come cani e fuggire come lepri” – racconta un sopravvissuto – perché 90 secondi erano il tempo massimo suggerito dagli ufficiali che dirigevano le operazioni per trattare i materiali radioattivi.

chernobyl liquidatori
Fonte: lega nerd

Molti sono morti subito, o comunque subito dopo. Molti di più sono tornati a casa con corpo e mente compromessi per sempre. Il presidente dell’Unione Chernobyl ha annunciato che, dei 350.000 liquidatori “accertati”, solo 120.000 sono ancora vivi.

Il ringraziamento? Monumenti in loro onore e una medaglia ciascuno, e in alcuni casi buoni per fare la spesa. E basta. In Ucraina devono persino sobbarcarsi le spese mediche, ovviamente altissime. Al dolore per le ferite si somma la rabbia.

La struttura costruita grazie a loro, il sarcofago, dopo trent’anni inizia a dare segni di debolezza. Se ne sta costruendo un altro –  uno nuovo, d’acciaio – che, dicono, bloccherà le fughe radioattive per i prossimi 100 anni. Possiamo solo sperare che continui a esserci dibattito e informazione su questo argomento, in modo che disastri del genere non si ripetano più.