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"Mia madre mi portò all'estero e mi costrinse a sposarmi a 15 anni"

Yasmine è una bella ragazza di origine musulmana e, nonostante sia giovanissima, ha già un passato ricco di dolore e di sofferenza da raccontare. Portata in Palestina dalla famiglia e costretta a sposarsi ad appena 16 anni, oggi che è una giovane donna libera, riuscita a fuggire al suo destino, è diventata la testimonianza vivente di un'usanza ancora tristemente troppo diffusa in molte parti del mondo, anche nel nostro "moderno Occidente".
Fonte: seventeen.com

Molto spesso pensiamo che i matrimoni combinati facciano ormai parte del nostro passato, oppure che appartengano a realtà culturalmente e geograficamente distanti da noi, ancora aggrappate ad arcaici retaggi e alimentate da un’ignoranza diffusa, dalla mancanza di tutela dei più basilari diritti della persona, anzi dall’assenza totale o quasi dei diritti civili. Ma sbagliamo.

Perché i matrimoni decisi dalla famiglia, a prescindere dal consenso dei futuri sposi, e, soprattutto, contratti quando la promessa moglie è appena una bambina o poco più sono, purtroppo, una verità sconcertante ma più attuale e vicina di quanto si possa pensare, anche nel nostro “moderno Occidente”, persino nel nostro paese.

Sono numerose le associazioni, le ONG, che agiscono per frenare questa piaga tremenda le cui vittime sono ragazzine colpevoli -se così si può dire- solo di essere nate nella famiglia sbagliata. Rawan, ormai, è tristemente diventata il loro simbolo: morta a 8 anni dopo la sua prima notte di nozze, costretta al matrimonio con un quarantenne.

Eppure, dicevamo, i numeri delle spose bambine o poco più sono gravemente impressionanti, e ci sono storie di loro, nascoste perché in poche hanno il coraggio di parlare, che fanno venire i brividi. Una di queste, Yasmine Koenig, ha deciso di raccontare la sua esperienza a Liz Welch, che l’ha pubblicata su Seventeen: portata via dal suo paese, dalla sua terra, per diventare sposa di uno sconosciuto in una nazione straniera.

1. L’infanzia di Yasmine

Fonte: seventeen.com

Avevo 6 anni quando le mie sorelle partirono per la Palestina per visitare i parenti. Almeno, così mi disse mia madre.

Yasmine è nata a Chicago ma viene da una famiglia palestinese; è rimasta orfana di padre, ucciso durante una rapina alla pompa di benzina presso cui lavorava, ad appena quattro anni, e da quel momento è vissuta a casa della nonna materna, dividendo la stanza con le sorelle.

Siamo cresciute come musulmane e, nonostante mia madre non ci facesse indossare lo hijab per andare a scuola, lo mettevamo ogni domenica per andare alla moschea. Vedevo le mie sorelle crescere, la più grande era ribelle e le piaceva la musica pop. Non ho molti ricordi di loro, ma ricordo che lei amava Usher: aveva 13 anni e ascoltava le sue canzoni alla radio. Aveva appeso un suo poster a torso nudo in camera, ma durò poco, perché la nonna glielo strappò dicendo che era vergognoso. Mia sorella era furente, ma non servì a niente: Usher era andato, e un anno più tardi sarebbe andata anche lei.

Mia madre disse che sarebbero andate a fare un viaggio in Palestina ma, anche se avevo solo 6 anni, avevo capito qualcosa a proposito di un diario e di un ragazzo che mia sorella avrebbe baciato dietro un albero o avrebbe voluto baciare. Ricordo le loro valigie pronte e loro che mi salutavano. Io ero molto arrabbiata: con chi avrei ascoltato la radio adesso? A ogni modo, pensavo che sarebbero tornate, così, quando mia madre mi disse che volevano restare in Palestina, mi sentii veramente triste. Mi mancavano molto.

2. La scuola

Fonte: seventeen.com

Yasmine usciva di casa e vedeva i suoi amici solo per andare a scuola. Durante l’ottava classe, viene portata con i suoi compagni in una scuola superiore, dove vede che nessuno indossa uniformi.

Pensavo che finalmente avrei potuto indossare i jeans skinny che mi piacevano tanto. Lo chiesi alla mamma, e rimasi sorpresa quando nel negozio lei accettò di comprarmene tre paia. Era l’unica cosa che avessi che mi facesse sentire una bambina normale.

Ma poco prima del diploma, tornai a casa e vidi mia madre con un sacco della spazzatura, e mia nonna con delle forbici. Stavano tagliando i miei jeans, li riducevano a brandelli.

‘Che state facendo?’ ho chiesto. Ero confusa. Prima mi comprava i jeans e adesso me li strappava.

‘Sono troppo aderenti e inappropriati. Sei troppo grande adesso per vestirti così!’

Ero furiosa. L’unico paio di pantaloni che mi lasciarono furono dei jeans informi che io odiavo. Per la prima volta, ero sollevata di dover indossare un’uniforme a scuola.

Appena preso il diploma, Yasmine porta a casa depliant e volantini sui migliori licei della città, chiedendo alla madre quando l’avrebbe iscritta.

“Ogni volta che pensavo l’avesse fatto, lei mi rispondeva ‘Non ancora‘. A luglio mi disse che mi avrebbe iscritta a una scuola di sole ragazze, ma c’era una lista d’attesa, perché si sarebbe trattato di una scuola online. Avrei ricevuto il materiale a casa, ma in realtà non accadde nulla. A settembre, tutti i miei amici iniziarono la scuola tranne me. Mi svegliavo alle 10 del mattino, facevo le pulizie a casa, guardavo la TV, e aiutavo a preparare la cena. Mi annoiavo. Ma mia madre adorava avermi vicina sempre. Lei non lavorava, e mi ripeteva spesso che avrei dovuto imparare a essere una brava casalinga. Io detestavo l’idea, era l’ultima cosa che volevo. Le chiesi se potevo andare a lavorare, sarei andata persino alla pompa di benzina. Avrei fatto di tutto per uscire di casa. Ho chiesto persino al mio patrigno se potevo prendere uno di quei permessi per lavorare compiuti i 15 anni, e lui rispose ‘Naturalmente!‘ ma, come per la scuola, non successe nulla. Il mio laptop era il mio rifugio. Andavo su Facebook per chattare con i miei amici, mi ero iscritta con un altro nome così che la mia famiglia non potesse scoprirmi e, se mia madre entrava in camera mia, fingevo di giocare a un video-game. I miei amici mi dicevano che era illegale che io non andassi a scuola. Io sapevo che era legale che ci andassi, ma non sapevo a chi dirlo. Alla mia famiglia non importava, era quello che volevano. Un anno dopo, chattavo con un ragazzo che avevo conosciuto alle scuole medie: mi chiese se volevo andare a fare un giro con lui al centro commerciale quel venerdì, e io accettai. Dissi a mia madre che sarei andata a trovare la mia cugina ventiquattrenne, che promise di coprirmi. Lei infatti mi venne a prendere e mi accompagnò al centro commerciale, e io passai il più bel pomeriggio da un anno a questa parte. Spiegai a quel ragazzo che i miei parenti erano molto severi, che non sapevano dove fossi, e lui mi tranquillizzò. Alla fine di quel pomeriggio, mi riaccompagnò a casa e mi disse che ci saremo tenuti in contatto via Facebook.

Ma la sera dopo, sentii suonare il campanello. Mia madre andò ad aprire, e io sentii una voce maschile che chiedeva se fossi in casa. Mi gelai. Mia madre iniziò ad urlare chi fosse e cosa volesse, e lui rispose ‘Sono il ragazzo di Yasmine‘. Io, alle spalle di mia madre, provavo a dirgli di andare via, che era una pessima idea. Mia madre minacciò di chiamare la polizia, gli sbatté la porta in faccia e subito dopo urlò a me di andare in camera mia. Il giorno dopo, lei andò alla drogheria senza di me e chiuse a chiave la porta di vetro che dava fuori, il che significava che ero in trappola. Per le successive due settimane, rimasi letteralmente chiusa in casa ogni volta che lei usciva. Finché, un giorno, mia madre mi disse ‘Prepara i bagagli, andiamo in Palestina a trovare le tue sorelle‘”.

3. In Palestina

“Sono stata in Palestina solo una volta, quando avevo 10 anni, per visitare le mie sorelle, e le sole cose che mi ricordassi erano la polvere e l’aridità. Non c’era verde. La odiavo. In più, parlavo solo pochissimo arabo. Avevo salutato la mia sorellina di 8 anni, l’unica che con mia cugina sapesse del mio appuntamento al centro commerciale. Mia madre mi aveva detto che saremo state lì un mese, ma io non mi fidavo. Le chiesi di farmi vedere il mio biglietto di ritorno, come prova che esistesse. Lei me lo mostrò indignata, e io mi sentii meglio. Atterrammo a Tel Aviv, che era polverosa come ricordavo. Mi sentivo claustrofobica nel taxi che ci portò a Ramallah, la capitale. La nonna aveva una casa lì, e anche le mie sorelle vivevano nelle vicinanze. Ero così arrabbiata di essere lì che non mi godevo neppure l’idea che le avrei riviste. Adesso, erano entrambe sposate con dei bambini. Alla fine della giornata, però, iniziai a rilassarmi con loro, raccontai della mia disavventura al centro commerciale, e loro mi dissero ‘Ma sei pazza, uscire con un ragazzo bianco?‘. Dopo circa due settimane, una mattina mia sorella venne per sistemarmi i capelli e per truccarmi. Non mi era mai stato permesso di farlo, e pensai che fosse divertente. Quando le chiesi perché, lei mi rispose che mi avrebbero fatto incontrare un loro amico, un ventenne che viveva ancora con la madre, cosa che -mi disse lei- era un ‘problema’. Quando arrivò con la mamma e lo zio iniziò a parlarmi in arabo, e io capii solo quando mi chiese quanti anni avessi. Dopo che se ne furono andati, chiesi a mia sorella a cosa servisse quell’incontro, e lei mi rispose che era il modo per conoscere i pretendenti di una ragazza che si giudicava fosse in età da marito. Una settimana più tardi, solita storia, mi fecero conoscere un altro ragazzo: aveva nove anni più di me, e gli mancava metà dei denti davanti. Provavo un senso di repulsione, e lo guardai con un viso marmoreo per tutto il tempo. Quando lui e la sua famiglia se ne andarono, mia madre disse che avrei dovuto sposare lui, perché aveva un lavoro e una casa. Ero furiosa, e in quel momento avevo capito che mi avevano portata in Palestina per farmi sposare e lasciarmi a vivere lì. Cercai tutti i modi per tornare a casa, e pensavo a come poter raggiungere un detective nell’Illinois che mi aiutasse a scappare.

Mi fecero incontrare quel ragazzo altre due volte quella settimana, e io speravo che lui capisse che mi stavano costringendo. Le mie sorelle mi dicevano ‘Vedrai, imparerai ad amarlo!‘, finché, alla terza visita, tutti gli uomini si ritrovarono in una stanza e tutte le donne in un’altra. Stavamo chiacchierando con la madre e le sorelle di lui quando udimmo tutti gli uomini leggere a voce alta un passaggio del Corano che annunciava il matrimonio. Iniziai a piangere: i miei peggiori incubi stavano diventando realtà. Come poteva la mia famiglia farmi questo? Pensai a come poter fuggire, ma come avrei fatto? Mia madre aveva il mio passaporto. Non avevo soldi. Ero bloccata. Iniziai a pensare ai modi per morire. Tutto era meglio di quello. Quando se ne andarono, urlai in faccia a mia madre, piangendo, come aveva potuto farmi tutto ciò. Vedevo che anche lei era triste, poi arrivò mia nonna e mi schiaffeggiò, urlando ‘Non essere irrispettosa!‘, poi, rivolta a lei, ‘Vedi? Lei ha bisogno di questo. Come altro potrebbe imparare il rispetto?‘.

Capii in quel momento che mia nonna aveva organizzato tutto. Aveva incontrato la famiglia di quell’uomo la stessa settimana in cui io avevo conosciuto lui. Loro volevano sapere se io sarei stata una sposa degna per il figlio, e mia nonna rispose di si, ma che avrei dovuto sposarmi prima che fossi ripartita per gli Stati Uniti.

Non mi è mai piaciuta mia nonna, ma non l’ho mai odiata fino a quel momento”.

4. Il matrimonio

Fonte: seventeen.com

Il matrimonio di Yasmine è fissato per il 30 settembre, una settimana e mezzo dopo quell’ultimo incontro.

Non ricordo nulla della cerimonia, solo che mi scansai quando lui provò a darmi un bacio sulla guancia. Mia madre mi sibilò ‘Bacialo‘ e io rifiutai. Le mie sorelle mi dissero che erano eccitate all’idea della mia prima notte di nozze, che avrei dovuto scrivere loro per sapere com’era andata. Odiavo tutto.

La prima notte fu terribile. L’unica cosa che mi sollevò era che mio marito non fosse un uomo violento o aggressivo. Poteva davvero andarmi peggio. Mi vennero dei terribili mal di testa per lo stress, e li usai come scusa per le settimane successive. Per quella prima settimana lui non andò al lavoro, trascorrevamo il tempo con la sua famiglia e io cercavo di farmi andare bene la cosa, mentre pensavo a un modo per andarmene. Per riuscirci, avevo bisogno di Internet. Quando riprese il suo lavoro da meccanico, mi lasciava la mattina alle 9, e io un giorno gli chiesi se potevo usare il suo computer per sentire mia madre. In realtà entrai in Facebook e misi al corrente un’amica della scuola di quanto mi era accaduto. Scrissi a un altro amico del Texas, musulmano come me, che mi consigliò di rivolgermi all’ambasciata. Ero tremante mentre scrivevo il numero su un pezzo di carta e lo nascondevo nella tasca. Il 14 ottobre ero nel nostro appartamento quando finalmente mi decisi a comporre il numero, usando il Nokia che mio marito mi aveva lasciato.

Sono una cittadina americana. La mia famiglia mi ha portata qui contro la mia volontà per sposare un uomo. Voglio tornare a casa.

Gli diedi tutte le prove che dimostravano che ero davvero cittadina americana. Non conoscevo il numero del mio passaporto né della previdenza sociale, ma a lui disse che non importava, solo gli servivano prove del fatto che fossi sposata. Ma quando mi chiese il cognome di mio marito, mi resi conto che non lo sapevo. L’uomo mi disse che avrebbe dovuto verificare le informazioni, e mi chiamò diverse volte nei due mesi successivi. Nel frattempo venni a sapere il cognome di mio marito, che legalmente era anche il mio. Il 3 dicembre Mohammed, l’uomo con cui avevo parlato, mi disse di farmi trovare fuori di casa alle 11, mi diede un numero di taxi e l’indirizzo di un hotel.

La mattina dopo aspettai che mio marito uscisse di casa come sempre, misi tutte le mie cose in una valigia e chiamai il taxi, ma in quel momento realizzai che non conoscevo il mio indirizzo. Lui non sarebbe riuscito a trovarmi, così io corsi nella strada principale, disperatamente, pregando che nessuno mi vedesse. Raggiunsi l’hotel, dove trovai una donna bionda a cui chiesi se fosse dell’Ambasciata. Dopo aver controllato che non fossi una terrorista e non avessi esplosivi addosso, mi fece salire in macchina. Per la prima volta mi sentivo al sicuro, accanto a quegli sconosciuti“.

5. La fine di un incubo

Fonte: seventeen.com

“Dopo aver firmato tutti i documenti all’ambasciata americana a Gerusalemme, due diplomatici mi accompagnarono all’aeroporto, per prendere un volo diretto a Philadelphia. Mentre aspettavo il volo per Chicago, entrai in Facebook, dove avevo due profili: uno per gli amici e uno per la famiglia. Volevo vedere cosa dicessero i miei famigliari su di me. La prima cosa che vidi fu una lettera di mia sorella maggiore, in cui diceva che non voleva più vedermi, che se le avessero chiesto quante sorelle aveva avrebbe risposto due invece di tre. Ero devastata. In una chat di gruppo tutte erano preoccupate che con la mia fuga avessi rovinato la reputazione di famiglia, nessuna si domandò se stessi bene. Per quanto mi fece male leggere quelle parole, mi resi conto che avevo fatto la scelta giusta.

Le persone che incontrai in aeroporto mi presentarono a una donna della Protezione Infanzia dell’Illinois, che mi prese sotto la sua ala. Mi trasferii prima da una donna che aveva adottato diversi ragazzi, e rimasi con lei per sei mesi. Non era l’ideale, era molto religiosa e voleva che frequentassi con lei la chiesa Battista tutti i sabati e le domeniche. Ma era sempre meglio di ciò che avevo lasciato. Ne ebbi la conferma quando incontrai mia madre in tribunale per stabilire se dovessi rimanere sotto la tutela dello stato, perché lei era una di quei genitori giudicati inadatti ad adempiere a tale ruolo. La prima volta che la vidi di nuovo mi gelai. Lei evitava il mio sguardo, era come se non esistessi. Più tardi dovetti testimoniare, e in aula il suo avvocato, mi mostrò delle foto del mio matrimonio dicendomi ‘Sei felice qui. E tua madre dice che volevi sposarti.’ Dovetti spiegare a un’intera sala di sconosciuti che dovevo fingere di essere felice se volevo sopravvivere, e che mia madre aveva sempre saputo che non avevo intenzione di sposare quell’uomo. ‘Mia madre mente’ fu così doloroso da dire.

Dopo quella testimonianza, divenni ufficialmente una protetta dallo stato dell’Illinois. Ma dovevo ancora cominciare la nona classe, e non mi piaceva la mia mamma adottiva. Nel gennaio 2014, a 16 anni, uscii ed entrai in tre diverse case adottive. La mia strategia era tentare di andare avanti fino ai 18 anni, quando avrei potuto scegliere dove vivere. Poi arrivò una coppia, Carrie e Marvin“.

6. Carrie e Marvin

Fonte: seventeen.com

Carrie e Marvin hano due figli teenager, entrambi con ritardi dello sviluppo. Sono entrambi molto accoglienti e ci sanno fare con i ragazzi, e Yasmine accetta di restare con loro almeno fino al compimento dei 18 anni. Ma non può immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco.

“Dopo il primo anno insieme, mi chiesero se mi andasse di essere adottata. Avevo sempre pensato che a 18 anni me ne sarei andata, non credevo esistesse un’alternativa. Non potete immaginare come mi sentissi, mi sentivo accettata, una famiglia mi voleva, veramente. Dissi di sì. Vidi mia madre l’ultima volta in tribunale per la dichiarazione di termine dei diritti di genitorialità, Carrie le chiese delle foto della mia infanzia e, sorprendentemente, mia madre acconsentì a dargliele.”

Da quel momento Yasmine è riuscita a vivere una vita del tutto normale: si è diplomata, la prima nella sua famiglia di origine, e adesso frequenta la Illinois State University, dove vuole studiare comunicazione, magari specializzandosi in qualcosa di attinente ai computer che, dice, le hanno letteralmente salvato la vita. Proprio grazie al PC, e a Facebook, è riuscita, a distanza di molti mesi, a comunicare con la sorella che aveva detto di odiarla, e ha finalmente compreso il senso delle sue parole: ce l’aveva con lei perché Yasmine aveva avuto il coraggio di fare ciò che di cui lei aveva avuto paura, ovvero scappare.

La cosa più bella- dice adesso Yasmine- è che ho la libertà di scegliere. Come vestirmi, chi frequentare, se sposarmi e, soprattutto, chi voglio essere.