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"Se hai il ciclo non puoi entrare": la rivolta social delle donne indiane

Vietato l'accesso al luogo di culto se si ha il ciclo mestruale. Succede in una regione indiana, ma questa volta le donne non ci stanno, e arriva la rivolta via social delle donne, grazie a un hashtag che non ha paura di dire: "Io sono felice di sanguinare".
Fonte: instagram

“Hai il ciclo? Allora qui non entri”.

Sembra una frase ai limiti della fantascienza, eppure questo è esattamente quello che quotidianamente si sentono dire le donne indiane che desiderano visitare Sabarimala, uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti della religione hindu. Vietato l’accesso al sito di culto alle donne che hanno il ciclo mestruale, come a sancire una discriminazione, oltre tutto alla luce del giorno, praticamente legalizzata, un ostracismo senza ragione di esistere se non quello che affonda le radici in credi arcaici ma evidentemente ancora non dimenticati, come a voler ghettizzare, ancora una volta, l’ennesima, la parte femminile della popolazione.

Alle donne indiane durante il periodo delle mestruazioni viene negato il diritto a visitare un luogo che è una parte così essenziale del loro credo religioso, come se avere il ciclo equivalesse a essere portatrici di peste, o come se ci fosse il rischio di “inquinare” il posto sacro. Per quanto possa sembrare incredibile, è inutile negare che la cultura dell’inferiorità femminile è ancora estremamente, pericolosamente, radicalizzata in certi paesi, e che uno degli emblemi per eccellenza della femminilità, ovvero proprio il ciclo mestruale, sia a tutt’oggi visto ancora come qualcosa di “sporco”, destinato di conseguenza a relegare le donne a un ruolo marginale, da pariah, tanto per rimanere in tema hindu.

Quello delle donne indiane è forse solo l’ultimo caso di una serie incredibile di divieti e negazioni che moltissime donne in ogni angolo del pianeta subiscono, proprio a causa delle mestruazioni.

Ma c’è un particolare, ancora più umiliante, che rende questa storia assolutamente agghiacciante: come fare a scoprire se una donna giunta in visita a Sabarimala si trova  in “quei giorni”? Proprio appena fuori il luogo sacro è stato posizionato uno scanner, che analizza e ispeziona le donne, riuscendo a capire se sono nella fase del loro ciclo. Una situazione del tutto imbarazzante e inumana, e non certamente perché sia imbarazzante avere il ciclo, ma perché si è costrette prima a vedere esposta pubblicamente esposta la propria persona, e in seguito si riceve il divieto categorico di accedere al luogo di culto.

Questa volta, però, le donne indiane non hanno accettato l’ennesimo, durissimo insulto alla loro femminilità, e hanno deciso di reagire: a farsi promotrice dell’iniziativa volta a denunciare la vergogna di Sabarimala è stata Nikita Azad, ventenne da sempre molto attenta alle lotte femministe e alla battaglia per i diritti delle donne del suo paese, che via social ha lanciato l’ hashtag #HappyToBleed (letteralmente “felice di sanguinare”), volto appunto a coinvolgere le altre donne indiane, per dimostrare che non c’è nulla di vergognoso o di impuro nel ciclo mestruale. L’hashtag, ideato assieme all’altro, #BreakTheSilence, è stato immediatamente ripreso da Feminism in India anche grazie alla pagina Facebook del gruppo, e ha ottenuto un clamoroso successo su Instagram, con migliaia di ragazze indiane che si sono fotografate mostrando la scritta.

In solidarity with the #happytobleed campaign.

Una foto pubblicata da Arya Prakash (@aryaprakash) in data:

Alle donne è proibito entrare con il ciclo perché sono considerate impure: ma una macchina come può stabilire la purezza dell’anima di una donna?

Ha dichiarato a The Newsminute l’avvocato e attivista per i diritti umani Sudha Ramalingam.

Ho un utero e sanguino una volta al mese- scrive questa ragazza nel suo post Instagram- ma Dio non si arrabbierà se prego durante il mio periodo.

È davvero incredibile notare quanta differenza ci sia da una parte all’altra del mondo, e come ci si trovi spesso a estremi del tutto opposti, passando dal liberismo assoluto con cui negli States, tanto per fare un esempio, vivono l’idea del ciclo, proponendo persino slip pensati apposta per quei giorni, a queste forme di sessismo ostinato, figlio di retaggi storici che dimostrano di resistere a dispetto dell’immenso progresso tecnologico e scientifico, dell’India. Per fortuna stavolta le donne hanno deciso di essere le prime a salire in cattedra per difendere i propri diritti, o meglio la loro stessa femminilità, e per gridare al mondo che nessun Dio, in nessun paese del mondo, può davvero arrabbiarsi o giudicare impura una donna che chiede di pregare, ciclo mestruale o no.

Purtroppo sono ancora tanti gli aspetti delle culture altrui che non comprenderemo, non accetteremo e che, soprattutto, sono evidentemente iniqui ma difficili da cambiare: impossibile credere che una donna nel periodo delle mestruazioni sia impura, impossibile, altrettanto, credere che non ci sia niente di “anormale” nei matrimoni di uomini adulti con delle bambine. Ma un passo importante, in avanti, in questa occasione lo hanno fatto Nikita e le altre, tutte quelle donne, in quei paesi, che per una volta hanno deciso di non piegare  la testa e, grazie alla forza di un hashtag, hanno fatto sentire la propria voce.