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Essere donne nel mondo: Nigeria

In un paese in cui i due terzi della popolazione vivono con meno di un dollaro al giorno e in cui la disparità tra ricchi e poveri è notevole, la donna ricopre un ruolo da protagonista ma non in senso positivo. Andiamo in Nigeria per scoprire qual è la loro condizione e cosa le porta ad essere schiave in Italia.
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È difficile descriverne la cultura e la mentalità in quanto in questo stato centrale dell’Africa non c’è una lingua comune, non si condividono le stesse usanze e le stesse tradizioni, ma una cosa è uguale in tutto il paese: la discriminazione della donna sull’uomo.

Nelle zone rurali, soprattutto del nord, le donne lavorano in genere più dell’uomo. Esse costituiscono infatti il 60% della forza lavoro e producono fino all’80% delle derrate alimentari. Quando la donna svolge un lavoro retribuito (sono poche ad avere questa fortuna) riceve una paga notevolmente più bassa di un uomo a parità di mansione.

Ma nella maggior parte dei casi il lavoro svolto dalle donne nelle zone rurali non è neppure retribuito. Il 40% delle donne è analfabeta, schiave dei padri prima e dei mariti poi.

Da notare che se quest’ultimo muore la donna può essere ereditata dal parente più anziano.

La scarsa considerazione riservata alla donna è inoltre riscontrabile nella gestione dell’eredità paterna, infatti, questa non viene suddivida tra le figlie ma viene distribuita tra i parenti prossimi (ovviamente maschi) e alla donna verrà assicurato un posto solo nella famiglia del marito.

Ancora molto diffusa è la mutilazione degli organi genitali femminili e anche la pratica di concedere in matrimonio una ragazza indipendentemente dalla sua volontà anche quando è ancora una bambina. Essendo un paese in gran parte musulmano è ancora molto diffusa la poligamia, ma vista la povertà in cui è il paese la “pratica” più comune è l’abbandono da parte dell’uomo dalla moglie precedente e dei figli avuta da lei, in favore di una nuova moglie e di altri figli.

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Alle volte è il titolare stesso della clinica che si assumeva il compito di stuprare le ragazze quando non c’era la possibilità di assoldare uomini all’esterno. I neonati vengono acquistati da una banda criminale per la cifra irrisoria di circa 130 euro per poi essere rivenduti a cifre esorbitanti.

Una ragazza di 18 anni racconta: “Appena sono entrata in ospedale mi hanno fatto un’iniezione e sono svenuta. Quando ho ripreso conoscenza, mi sono resa conto che ero stata violentata”.

Purtroppo anche il giorno dopo è successa la stessa cosa, con la sola differenza che non l’hanno addormentata. E se ciò non bastasse negli ultimi anni si è assistito ad un forte incremento del traffico di giovani donne e minorenni nigeriane a scopo di sfruttamento sessuale.

L’età media delle donne nigeriane vittime di tratta è compresa tra i 17 e i 30 anni, ma mano a mano che il tempo passa aumenta la presenza di minorenni, sempre più  richieste sul mercato. Nella ricerca condotta tra il 2007 e il 2008 da Parsec del programma UNICRI, le donne nigeriane vittime di tratta rilevate in Italia erano tra le 7.800 e le 10.000, ossia più di un terzo del totale stimato delle vittime presenti sul territorio nazionale.

Per la maggior parte, le ragazze provengono dallo stato di Edo, nello specifico da Benin City, per la concentrazione in questa città di organizzazioni specializzate nel “collocamento” all’estero.

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È la disperazione ciò che spinge la maggior parte delle famiglie a vendere la propria figlia ai “commercianti”, e sebbene in qualche caso i genitori sono consapevoli che la loro bambina sarà vittima di sfruttamento, nella maggior parte dei casi le reali condizioni, gli abusi e le violenze non sono conosciuti.

“Le ragazze di Benin City” è un libro scritto dalla trentaduenne Isoke Aikpitanyi, in collaborazione con la giornalista Laura Maragnani, nigeriana e che era giunta nel 2000 in Italia per fare fortuna, ma che invece è stata costretta per anni a vendersi ai bordi di una strada.

Adesso è libera e si batte contro la tratta e la prostituzione. Lei ce l’ha fatta ad uscirne dal giro ma purtroppo è una delle poche.